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DEATH OF A PRESIDENT – MORTE DI UN PRESIDENTE

di Gabriel Range

Sceneggiatura: Gabriel Range, Simon Finch
Fotografia: Graham Smith
Montaggio: Brand Thumim
Musiche: Richard Harvey
Scenografia: Gary Baugh
Costumi: Eileen McCahill
Interpreti: Hend Ayoub, Brian Boland, Becky Ann Baker, Robert Mangiardi, Jay Patterson, Jay Whittaker, Michael Reilly Burke, James Urbaniak
Produzione: Gabriel Range, Simon Finch, Ed Guiney, Robin Gutch
Distribuzione: Lucky Red
Nazionalità ed anno: Regno Unito, 2006
Durata: 92'
Data di uscita:
16 marzo 2007
Titolo originale: Death of a President
Sito ufficiale  
Sito italiano     
Trailer  
Note: Vincitore del Premio Internazionale della Critica (Fipresci) al Toronto Film Festival 2006

DEATH OF A PRESIDENT – MORTE DI UN PRESIDENTE
2

In un prossimo futuro (per l'esattezza il 19 ottobre del corrente anno), George W. Bush si recherà in visita ufficiale a Chicago, dove terrà un comizio presso l'Hotel Sheraton. Sono in molti, nei paraggi, a manifestare contro il discusso presidente degli USA, impegnando severamente le forze dell'ordine. Di lì a poco, all'uscita dall'edificio, Bush viene freddato da un misterioso sicario. Il colpevole potrebbe essere chiunque...
Mockumentary che più mock non si potrebbe, vista l'inusuale coniugazione del narrato al futuro semplice: è una delle due trovate di Death of a President. L'altra è fin troppo sbandierata da titolo, sinossi, locandina e trailer, non a caso, i veicoli principali di una campagna pubblicitaria. Non che questo rappresenti una colpa, ma il limite di alcune geniali idee di partenza è che spesso hanno il fiato corto. È il caso del film di Range, che mostra la corda dopo l'efficace quarantina di minuti in cui si dipana la falsa cronaca dell'omicidio di un leader politico tra i più impopolari degli ultimi anni. La ricostruzione, che ricorre in minima parte (ed è un merito) a materiale d'archivio, ha ottimi momenti: i più felici, e ironici, affidati alle testimonianze di falsi uomini dello staff di Bush (su tutti la scrittrice dei suoi discorsi impegnata a "renderlo un uomo brillante"), e al funerale del presidente (clamoroso riciclaggio di quello di Reagan),  soddisfano il voyeurismo dei più.
Nella seconda parte le cose prendono una piega insoddisfacente: Range vira decisamente verso la fiction, prende troppo sul serio storia e personaggi e abbassa notevolmente le potenzialità della storia incentrando tutto sul "whodonit", ovvero su chi ha commesso il delitto: la cosa meno interessante, giunti a un bivio che potrebbe portare il mondo a una catastrofe che metteva i brividi già nel 1983, in un film di basso livello come The Day After di Nicholas Meyer. Il tutto per rimestare il dito nella piaga di una società americana intollerante e forcaiola (ma lo sapevamo già, non c'era bisogno di spostarsi nel  futuro!), ipotizzando una caccia all'uomo (arabo) e svelando paradossi alquanto prevedibili, anche per chi non possiede una sfera di cristallo.
L'occasione è perduta: troppo comodo, in un mondo "globale" come il nostro, lavarsi le mani delle conseguenze globali di un eventuale omicidio Bush e mostrare, per di più con tono qua e là grottesco, questioni interne agli Stati Uniti: possono  impressionare loro, ma non chi statunitense non è e si vede condizionare da anni vita, scelte e costumi  in nome della politica americana.

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