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ZUCKER! COME DIVENTARE EBREO IN SETTE GIORNI

di Dani Levy

Soggetto: Dani Levy, Holger Franke
Sceneggiatura: Dani Levy, Holger Franke
Fotografia: Carl-F. Koschnick
Montaggio: Elena Bromund
Musiche: Niki Reiser
Scenografia: Christian Goldbeck
Costumi: Lucie Bates
Interpreti: Henry Hübchen, Hannelore Elsner, Udo Samel, Golda Tencer
Produzione: Manuela Stehr - X Filme Creative Pool/Berlino
Distribuzione: Ladyfilm
Durata: 90’
Nazionalità e anno: Germania, 2004
Sito ufficiale: www.zucker-derfilm.de
Sito italiano: www.ladyfilm.it
ZUCKER! COME DIVENTARE EBREO IN SETTE GIORNI
2 e mezzo

Jaeckie Zuckermann (Hübchen), ex telecronista della DDR caduto in disgrazia, è nei guai fino al collo: pieno di debiti e con la moglie (Elsner) che vuole il divorzio. L’unica speranza è l’eredità materna, ma c’è una clausola da superare: una settimana di convivenza con il fratello Samuel, ebreo ortodosso e praticante, per appianare le divergenze. Per Jaeckie, ateo convinto e dissoluto, fingere usi e costumi ebrei non sarà facile…

Il campione al boxoffice tedesco dello scorso inverno è un’operazione che può dirsi riuscita: una commedia tedesca che mette alla berlina (mai troppo ferocemente, in realtà) il mondo ebraico è tutt’altro che un paradosso, piuttosto un segno dei tempi tutt’altro che trascurabile. Il tempo dei tabù sembra trascorso, e questo fa tirare a tutti un sospiro di sollievo. Se il nuovo cinema tedesco, con l’eccezione di Fatih Akin, non possiede autori di rilievo né volontà di destrutturare il genere, ha il grande merito di agire sui binari consolidati del prodotto di consumo con la stessa intelligenza che abbiamo visto in Goodbye, Lenin. Merito di una buona sceneggiatura e di ottimi interpreti (su tutti Hannelore Elsner, diva per antonomasia del cinema tedesco, qui perfettamente a suo agio), e di un occhio verso la società tedesca che non si ferma al carino o all’accomodante (l’umorismo politically incorrect, sia pure in un’unica direzione, ma anche l’accettazione dell’omosessualità all’interno del quotidiano); qualità, quest’ultima, che il cinema italiano non conosce da tempo o fa finta di conoscere, vittima di produzioni – fotocopia che non portano rischi (e talvolta neanche incassi).

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