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INTRIGO A BERLINO

di Steven Soderbergh

Soggetto: tratto dal romanzo omonimo di Joseph Kanon
Sceneggiatura: Paul Attanasio
Fotografia: Peter Andrews
Montaggio: Mary Ann Bernard
Musiche: Thomas Newman
Scenografia: Philip Messina
Costumi: Louise Frogley
Interpreti: George Clooney, Cate Blanchett, Tobey Maguire, Beau Bridges, Tony Curran, Leland Orser, Jack Thompson
Produzione: Section Eight
Distribuzione: Warner Bros.
Nazionalità ed anno: USA, 2006
Durata: 107'
Data di uscita:
2 marzo 2007
Titolo originale: The Good German
Sito ufficiale  
Sito italiano   
Soundtrack

INTRIGO A BERLINO
2 e mezzo

Berlino, 1945. Il corrispondente di guerra statunitense Jake Geismer (George Clooney) è in città per seguire la conferenza di pace di Potsdam; la Berlino in cui ha vissuto anni prima, quando dirigeva un'agenzia giornalistica, ha lasciato il posto a macerie e lucida disperazione. Il suo autista, il caporale Tully (Toby Maguire), dietro l'aspetto del simpatico ragazzotto di provincia nasconde traffici di ogni tipo per cogliere il meglio dalla situazione post-bellica. Lena Brandt (Cate Blanchett) è la donna di Tully, ma anche un antico amore di Jake. Drammi personali e intrighi politici in una storia in cui nessuno è ciò che sembra.
Girare, oggi, un film ambientato nel 1945, come se si fosse nel 1945, ignorando ogni avanzamento tecnologico che nel frattempo si è verificato e lavorando, dove è possibile, con mezzi d'epoca (obiettivi, qualche arredo e scenografia, il materiale d'archivio). Quindi ecco un bianco e nero teso e netto, inquadrature di taglio espressionista, performance attoriali a ridosso della recitazione teatrale, personaggi che emergono dall'oscurità, tendine tra una scena e l'altra, retroproiezioni per le riprese dei fondi, colonna sonora in stile classico, a sottolineare i momenti emotivamente più rilevanti. Naturalmente qualche aggiornamento è stato possibile. Mostrare scene di sesso, per esempio. Ciò che ai tempi era lasciato soltanto immaginare allo spettatore, magari puntando la macchina da presa altrove o sfumando con una dissolvenza, qui si vede, eccome. Anche il linguaggio non è esente da questo ragionamento, e i personaggi sono lasciati liberi di urlare la loro rabbia e il loro dolore con espressioni colorite che mai avremmo sentito pronunciare, per dirne uno, da Humphrey Bogart.
Il motivo dell'operazione ce lo spiega lo stesso regista: "Cosa sarebbe successo", si chiede Soderbergh, "se i realizzatori che lavoravano a Hollywood nel 1945 avessero avuto la stessa libertà creativa che abbiamo oggi? Se non ci fosse stato il Codice Hayes e avessero potuto come noi girare scene di violenza e sesso?". Che è un po' come dire "tutto quello che avreste voluto vedere in un film degli anni Quaranta (e che il Codice Hayes non vi ha mai permesso)". Gioco d'autore, dunque, che si può apprezzare o meno, quasi sicuramente fine a se stesso, senz'altro divertente per chi lo ha fatto, e, se si sta al gioco, anche per chi lo guarda e ha voglia di riconoscere le citazioni dai film d'epoca. La più facile è verso il finale, che ammicca platealmente a Casablanca, ma c'è anche qualcosa (ma proprio poco poco, e lo annuncia lo stesso Soderbergh) da Carol Reed e, imitazione dell'imitazione, dal Polanski di Chinatown, che nel '74 ricostruiva il noir e faceva ferire il protagonista Nicholson al naso (ficcava il naso dove non doveva) mentre qui Clooney è ferito ad un orecchio (proprio non capisce il mondo in cui sta vivendo). Curioso poi che come già Verhoeven nel recente - e ambientato nel medesimo periodo storico - Black Book, anche Soderbergh non rinunci a mettere la protagonista femminile in sella a una bicicletta e a farle attraversare gruppi di soldati eccitati.
Intrigo a Berlino è un film non necessariamente disonesto, soprattutto se si va al cinema con gli occhi candidi dello spettatore che non ha voglia di scervellarsi troppo con la correttezza o meno del tal uso della punteggiatura filmica o di quanto sia corretto tal altro ammiccamento al genere. Certo, la storia non è così avvincente come si vorrebbe, e magari gli attori non sono esattamente a proprio agio (la Blanchett, la migliore, ha studiato a casa la Garbo, Clooney bamboleggia e paga la sua permanenza - ormai lontana - in un serial televisivo, Maguire è abbastanza fuori parte) ma, insomma, possiamo stare al gioco.
Brutto il titolo italiano, che fa perdere il ragionamento su chi sia, alla fine della guerra, il "buon tedesco".

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