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BERLINO57_ L’ORSO D’ORO VIENE DALLA MONGOLIA
Il matrimonio di Tuya di Wang Quan'an vince a Berlino
La Cina ancora protagonista di un festival internazionale. Dopo la Mostra di Venezia (Still Life) anche Berlino decide di preferire il Paese asiatico attribuendo l'Orso d'Oro della 57ma edizione a Il matrimonio di Tuya di Wang Quan'an, classe 1965. La pellicola, interamente ambientata nella desolata steppa della Mongolia, racconta con sensibilità la singolare storia di Tuya e della sua famiglia, composta dal marito disabile e due figli ancora piccoli. Prostrata dalle fatiche del lavoro nei campi e della pastorizia nel quale sostituisce a pieno il consorte che invece si prende cura dei bambini, la donna cade vittima di una malattia invalidante, che dunque le impedirà in futuro di provvedere ai bisogni della famiglia.
Per questo, in accordo con suo marito Bater, decide non a cuor leggero di divorziare da lui e di cercare un nuovo sposo, che possa essere fonte di guadagno per lei ma anche prendersi cura di Bater, dal quale non è intenzionata a separarsi affettivamente.
È una storia d'amore a 360 gradi quella della coraggiosa donna mongola - interpretata dalla bellissima attrice Yu Nan - che la giuria internazionale guidata da Paul Schrader ha deciso di premiare non solo per l'evidente profondità e complessità dei contenuti ma anche per le scelte linguistiche ed estetiche con cui sono stati espressi. Il film uscirà in Italia distribuito da Lucky Red, che lo aveva acquisito già prima dell'inizio del festival.
E l'estremo oriente risulta vincitore anche di un altro premio, quello Alfred-Bauer per l'innovazione artistica, assegnato al regista di culto sudcoreano Park Chan-wook, con il suo originale e fantasioso I'm a Cyborg, but that's ok. Un film che si distanzia nettamente dalle violenze della trilogia della vendetta. In termini quantitativi, invece, a farla da padrone è l'Argentina, con il film El otro di Ariel Rotter, premiato sia con l'Orso d'Argento - Gran Premio alla Giuria che con quello per il miglior attore, Julio Chavez. Il giovane regista Rotter, visibilmente commosso dall'accoglienza a Berlino del suo film, ha ringraziato felice per i premi al suo film con i quali viene "riconosciuto un modo di fare cinema che si distanzia dagli interessi economici e commerciali ma lavora sui sentimenti e sui pensieri".
Di tutt'altra pasta è invece il premio alla regia, andato al titolo più politico tra i premiati, ovvero Beaufort dell'israeliano Joseph Cedar. Opera corale interamente al maschile, descrive con dovizia di particolari gli ultimi giorni di postazione del contingente israeliano presso la fortezza di Beaufort, in Libano, prima dell'evacuazione. Un film che non parla di guerra, ma dell'umanità e delle sue paure estreme, ha spiegato lo stesso regista.
Come ogni anno non è mancato un riconoscimento ad un talento di casa: quest'anno - come del resto per gli ultimi due anni - andato all'attrice tedesca Nina Hoss per Yella di Christian Petzold. L'artista ha battuto la favoritissima Marianne Faithfull magistrale interprete di Irina Palm, nei panni di una nonna a "luci rosse". Sono minori, invece, gli Orsi anglofoni: al britannico Hallam Foe di David Mackenzie per la colonna sonora (molto meritato) e all'ensemble del cast dello statunitense The Good Shepherd di Robert DeNiro quello per il miglior contributo artistico, un premio di assoluta discutibilità.
A mani vuote, come era prevedibile, l'Italia, il cui comunque bello In memoria di me di Saverio Costanzo non ha raccolto evidentemente i favori della giuria.
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