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LETTERE DA IWO JIMA

di Clint Eastwood

Soggetto: Iris Yamashita e Paul Haggis, dal libro "Picture Letters from Commander in Chief"  di Tadamichi Kuribayashi
Sceneggiatura: Iris Yamashita
Fotografia: Tom Stern
Montaggio: Joel Cox, A.C.E., Gary D. Roach
Musiche: Kyle Eastwood, Michael Stevens
Scenografia: Henry Bumstead, James J.Murakami
Costumi: Deborah Hopper
Interpreti: Ken Watanabe, Kazunari Ninomiya, Tsuyoshi Ihara, Ryo Kase, Shidou Nakamura
Produzione: Malpaso/Amblin Entertainment - Clint Eastwood, Steven Spielberg, Robert Lorenz
Distribuzione: Warner Bros. Italia
Nazionalità ed anno: USA, 2006
Durata: 140'
Data di uscita:
16 febbraio 2007
Titolo originale: Letters from Iwo Jima
Sito ufficiale   
Sito italiano
Trailer   
Soundtrack 
Note: Candidato a 4 premi Oscar (Miglior Film, Migliore Regia, Migliore Sceneggiatura originale, Miglior Montaggio Sonoro); Vincitore di un Premio Oscar (Miglior Montaggio Sonoro)

LETTERE DA IWO JIMA
3 e mezzo

Nel giugno del 1944, mentre le vicende della guerra peggiorano inesorabilmente, il Generale dell'Esercito Imperiale Tadamichi Kuribayashi (un ottimo Ken Watanabe) si insedia come nuovo comandante nella piccola isola di Iwo Jima, ultima roccaforte del sistema difensivo del Giappone, con il compito  quasi impossibile di resistere all'inevitabile - e imminente - attacco americano. Le moderne tattiche difensive proposte da Kuribayashi, fortemente osteggiate dagli ufficiali di stampo tradizionale, permetteranno all'Esercito Imperiale di resistere per quaranta lunghissimi giorni.
Seconda parte del dittico sulla guerra del Pacifico, Lettere da Iwo Jima non è, come forse ci si poteva aspettare, né la copia conforme né il ritratto speculare del primo film (Flags of Our Fathers), con cui condivide la contemporaneità dei fatti narrati e, naturalmente, l'avvenimento stesso, vissuto però "dall'altra parte". Si tratta, a tutti gli effetti, di un film altro e indipendente, in cui permane analoga e sferzante la condanna verso ogni tipo di guerra, con annessi e connessi i pensieri e i fatti che da sempre la accompagnano - la costrizione alla leva e al fronte, la non condivisione ideologica di molti dei soldati -, qui proposti nella maniera più asciutta e sintetica possibile, con poche fughe verso un lirismo che, quando è inserito in un tessuto narrativo dai tratti così volutamente  sanguigni, si rivela ampiamente fuori luogo.
Eastwood tenta l'affresco storico travalicando la guerra stessa - ottimi, in tal senso, gli inserti sul passato "americano" di Kuribayashi - ma cade a pochi metri dall'obiettivo, ovvero nella rappresentazione della distanza/diversità - culturale, prima che geografica o linguistica - ancora esistente sessant'anni fa tra gli Stati Uniti e il Giappone. La scoperta che la lettera di una madre americana al figlio soldato non è troppo dissimile dal suo omologo nipponico è un espediente che all'occhio dello smaliziato e globalizzato pubblico odierno risulta piuttosto ingenuo, e, soprattutto, privo di quella forza significante che il regista vorrebbe apporgli. Molto, molto meglio, perché più sentite e "vere", le incursioni nel privato dei tre giovani protagonisti: il soldato scelto - ma, nella vita civile, un normalissimo panettiere - Saigo (Kazunari Ninomiya); il Tenente Colonnello Takeichi Nishi (Tsuyoshi Ihara), nobile nonché medaglia d'oro negli sport equestri alle Olimpiadi di Los Angeles (1932), e il soldato di grado superiore Shimizu (Ryo Kase), idealista che scopre il coraggio di poter scegliere.
La rappresentazione del nemico è analoga a quella del precedente film: gli avversari sono inquadrati sempre da lontano, quasi mai ne distinguiamo il volto, rappresentati come un'astratta macchina da guerra di inarrestabile forza e priva di qualsivoglia sentimento di paura o insicurezza.
Lettere da Iwo Jima è il resoconto dell'attesa sfiancante e intrisa di malumori e della preparazione - eroica in quanto inutile - allo sbarco dell'esercito statunitense, nel clima irreale e infernale di un pezzo di roccia in mezzo all'oceano che non fa nulla per far desiderare la propria difesa, tanto è inospitale (è avvolta da un perenne olezzo di zolfo) e insalubre (i soldati soffrono quasi tutti di dissenteria, dovuta alla qualità dell'acqua, e sono malnutriti, per via della scarsità delle razioni). Il nemico è temuto e atteso, ma lo scontro è raccontato anche attraverso la sorpresa e il disordine che procura tra soldati e comandanti, rappresentati spesso nelle loro umanissime debolezze di padri, mariti, figli o semplici amici di qualcuno che deve necessariamente essere protetto dall'invasore.
Come sempre ottima la scelta della fotografia desaturata di Tom Stern, qui virata sul colore del sangue oltreché del nero della sabbia, e, come sempre, imponenti le immagini dello sbarco americano e dei successivi scontri tra i due eserciti.
L'edizione italiana, per volontà dello stesso regista, mantiene inalterati i dialoghi originali in lingua giapponese - sottotitolati in italiano - doppiando solamente le (poche) battute in lingua inglese.

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Non ci siamo proprio, caro Clint. il film è una mega bufala e mi sembra come il tardivo tributo ai nativi d'America, una finzione e basta. Un film finto liberal ma profodamente reazionario.

Sab, 17/02/2007 - 21:55