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BERLINO57_ IL SONNO SOPRA BERLINO
Poche le emozioni finora dal concorso ufficiale, e tanta noia dall'atteso The Good German, di Steven Soderbergh con George Clooney
Dei tre film visti tra i quattro finora passati al concorso ufficiale della 57ma Berlinale il più riuscito, seppur nei suoi notevoli limiti, è il brasiliano O ano em que meus pais sairan de ferias, opera seconda di Cao Hamburger. Ovvero il meno atteso, meno glamour e di certo "autoriale", se confrontato rispettivamente con The Good German di Steven Soderbergh, con La vie en rose di Olivier Dahan e I'm a Cyborg, but that's ok di Park Chan-wook. La piccola opera latinoamericana, infatti, affronta la difficile tematica della resistenza alla ventennale dittatura militare brasiliana (siamo nel 1970) vista dagli occhi di un 12enne, Mauro, che viene affidato alle cure di un anziano ebreo di San Paolo, in attesa che i genitori tornino dalle "vacanze"; naturalmente mamma e papà sono fervidi comunisti in prima fila contro il golpe, ma questo il piccolo non lo sa. A sfondo le meraviglie della Seleçao, vittoriosa della sua terza Coppa del Mondo proprio contro l'Italia con quel memorabile 4 a 1. Deludono, dunque, Soderbergh e Park Chan-wook, mentre di Dahan non possiamo parlare per mancata visione.
Se The Good German, rigorosamente in un bianco e nero abbastanza sporco da anni 40, può definirsi come uno dei film più noiosi contro ogni aspettativa (specie da un regista come Soderbergh..), I'm a Cyborg, but that's ok risente di un buonismo - seppur a tratti rivestito di ironia e trovate geniali - allarmante per un regista come il sudcoreano maestro di vendetta. Ci voleva stupire, e questo era chiaro per tutti, ma non fino a questo punto. La storia di una ragazza psicopatica che crede di essere una cyborg e per questo invece di mangiare cibo si nutre di caricabatterie, riuscendo a superare l'anoressia grazie all'amore di un giovane (anche lui, come lei, ricoverato in ospedale psichiatrico) appare un po' debole, anche nelle sue stesse intenzioni di mostrare il lato creativo e costruttivo della follia individuale e collettiva.
Quanto al "buon tedesco" di Soderbergh, purtroppo, neppure il talento e la vivacità espressiva di Clooney e Blanchett riescono a svegliare la pellicola da una monotonia costante, per una trama, tra l'altro, resa piuttosto sciapa e confusa nello svolgersi del film.


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