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BOBBY
di Emilio Estevez
Sceneggiatura: Emilio Estevez
Fotografia: Michael Barret
Montaggio: Richard Chew
Musiche: Mark Isham
Scenografia: Patti Podesta
Costumi: Julie Weiss
Interpreti: Anthony Hopkins, Demi Moore, Martin Sheen, Sharon Stone, Elijah Wood, Michael Bowen, Laurence Fishburne, Helen Hunt, Emilio Estevez, Lindsay Lohan, William H. Macy, Christian Slater
Produzione: Bold Films
Distribuzione: 01 Distribution
Nazionalità ed anno: USA, 2006
Formato: 35mm, colore
Durata: 120'
Data di uscita: 19 gennaio 2007
Titolo originale: id.
Sito ufficiale
Sito italiano
Trailer
Soundtrack
Note: in concorso alla 63ma Mostra del Cinema di Venezia
"Se un solo uomo dichiara e segue le proprie convinzioni, tutto il mondo si riunirà intorno a lui". Così sosteneva il senatore democratico Robert Kennedy in uno dei suoi discorsi. Emilio Estevez, uno dei volti nuovi di Hollywood, parte proprio da quel "mondo riunito intorno" al senatore per dipingere l'intricata tela del suo film. Bobby è un ombra, è il polo magnetico d'attrazione e di repulsa di tutta una serie di storie.
Storie che attorno al gran galà dell'hotel Ambassador - occasione in cui il sogno presidenziale del terzogenito della famiglia Kennedy si spense, incontrando i proiettili della pistola di un giovane squilibrato - ruotano, cercando il proprio momento di gloria, il proprio spazio al sole, o semplicemente un po' d'aria per respirare.
Un'ombra, dunque, quella di RFK, mostrato solamente in (lunghi) filmati d'epoca, allo stesso modo in cui Frears descriveva la sua Lady D, scelta etica, ancor prima che estetica, di una pellicola che tende, pur non volendolo, ad idealizzare l'ultimo vero rampollo di casa Kennedy come il migliore dei Presidenti possibili, l'unico che sarebbe stato in grado di indirizzare l'America in una ben precisa direzione nei turbolenti anni '70.
Estevez struttura la sua pellicola sulle attrazioni/repulsioni dei doppi. Tutte le storie che si dipanano tra il 4 e il 5 giugno del '68 nell'hotel Ambassador sono storie di coppie: il direttore e la moglie, il sovrintendente e l'impiegato, la diva e il marito, i due attivisti della campagna elettorale, l'ex impiegato e l'amico, e così via discorrendo. A loro volta i doppi si riuniscono e vanno a formare un unicum nel rapporto con la figura di Bobby. Un lavorio incessante sulle similitudini e sulle antinomie, che costituiscono il cuore pulsante di una pellicola dal retrogusto molto altmaniano, il cui gran finale coincide nel pathos della sequenza dell'uccisione, punto di forza di un film che altrimenti qua e là annaspa, volendo affrontare, tutti e subito, i grandi temi sociali e culturali che il '68 stava lanciando negli States.
Il tentativo un po' "di scuola" lo si intravede in certi piani sequenza morbidi tra i carrelli e gli scaffali della cucina, che ricordano molto lo Scorsese anni '70/'80, e un'impostazione della colonna sonora a fare da sintesi tra le varie situazioni rappresentate di volta in volta, alla maniera di Altman o di Howard (si pensi a A Beautiful Mind).
Di Altman manca però il cinismo situazionista: Estevez ama i propri personaggi, li coccola, regala a (quasi) tutti la maniera di uscirne bene, concentrato più che sul loro lato umano, sul loro rapporto con la politica, con la società, partendo dai dettagli del quotidiano (un nuovo, capriccioso, paio di scarpe, una partita di baseball). Rischia perciò di lasciarsi andare al lirismo vagamente patetico, cercando di unire al meglio la storia personale, quella del senatore, e la descrizione dei "meravigliosi anni ‘60".
Un caravanserraglio di tipi umani, ai quali il pubblico è quasi costretto a legarsi, che procede disordinatamente, come d'altronde il film, fino alla toccante scena finale. L'omicidio non è rappresentato se non in maniera diretta. L'attenzione è su quella condizione di perdita (il perdersi fisico dei personaggi nella folla) di spaesamento, che seguì all'attentato, e che fu prodromo di tutta la stagione degli anni '70. E viene sottolineata dalla versione originale quasi integrale del discorso finale di Robert Kennedy, la sera della vittoria delle presidenziali in California, pochi istanti prima di cadere insanguinato sulle piastrelle della cucina dell'hotel Ambassador: "..Nonostante quello che succede negli Stati Uniti da tre anni a questa parte - e mi riferisco alle divisioni, alle violenze (...) di bianchi contro neri, di poveri contro ricchi, o di divisioni tra persone di diverse fasce d'età o ancora della guerra in Vietnam - sono convinto che possiamo lavorare tutti insieme. Siamo un grande paese, un paese altruista e compassionevole..."


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