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KEN LOACH, “DIFFICILE NON ESSERE PESSIMISTI”
Il regista britannico ospite a "Capri, Hollywood" parla del nuovo film e ribadisce il suo impegno politico e sociale attraverso il cinema
"E' difficile non essere pessimisti in un mondo in cui è sempre più duro vivere". A pronunciare queste parole è uno dei più impegnati e per questo apprezzati autori di sempre, Ken Loach. Arrivato ieri a Capri ospite della manifestazione "Capri, Hollywood" (27 dicembre - 2 gennaio), il regista britannico ha appena finito di girare il suo nuovo film, ancora senza titolo (anche se a Cannes aveva annunciato il titolo These Times), che "presumibilmente sarà nelle sale il prossimo anno", ma ancora non si sa a quale festival sarà presentato, benché la speranza espressa durante la conferenza stampa caprese fosse quella di averlo a una kermesse autunnale italiana, Venezia o Roma.
Una tempistica confermata anche dalla Bim, che del film è coproduttore e distributore. Il tema, dice il regista ancora "onorato" per la sua Palma d'oro a Cannes, è quello dell'immigrazione: una storia di un gruppo di migranti esteuropei in Gran Bretagna, scritta con lo sceneggiatore e amico di sempre Paul Laverty. Ken Loach, dunque, rimane coerente al suo universo tematico, che in modalità diverse nel corso di tutta la sua carriera, esalta la funzione politica e sociale del cinema. E i migranti - una working class vittima di un disagio raddoppiato in quanto anche discriminata - non sono nuovi alla sua attenzione, dopo A Fond Kiss (Un bacio appassionato). "Mi interessa il cinema che penentri con sensibilità i valori umani, la solidarietà, le emozioni". Profeta dell'emarginazione a tutti i livelli, che però rimane "fedele ai problemi britannici (e irlandesi, ndr) in quanto è difficile lavorare in territori di cui non conosci bene la lingua", Loach sottolinea che essere "idealisti oggi come ieri non ha senso: per incidere sulla storia bisogna essere realisti, non importa il genere di opera che si crea, basta che si guardi alla realtà così come ci appare".
E di effetti Ken ne ha sempre prodotti con il suo cinema, a partire dagli scossoni all'opinione pubblica causata dai suoi primi lavori incluso l'ultimo Il vento che accarezza l'erba (che lui ama definire "the Irish film"), una storia che da sempre con Laverty aveva in cantiere. Per il film, ottimamente accolto in Irlanda, il regista ha ricevuto accuse nella sua madrepatria di "anti-patriottismo", con espressioni feroci sui maggiori quotidiani inglesi che si chiedevano "Perché mai quest'uomo odia la sua terra?". Le critiche, sottolinea il regista, lo hanno ferito profondamente, perché la sua denuncia è in realtà un gesto di amore, di incoraggiamento affinché le cose migliorino in un mondo che è "sempre più aggressivo e autodistruttivo. La nostra responsabilità è grande, stiamo consumando tutte le risorse della terra e il mio Paese sta affiancando la politica guerrafondaia degli Stati Uniti con un governo che simula di essere di sinistra. Oltre che economica, stiamo ancora conducendo una battaglia di classe".
E la sua etica profonda si manifesta nel processo creativo, "utilizzando attori sconosciuti ma appropriati: le ristrettezze del budget non ci consentono le star", dice e aggiunge "ma questo è anche un vantaggio, perché abbiamo la massima libertà nel casting; ho incontrato attori coraggiosi e leali, e come regista so che è importante fidarsi del loro istinto". Ma il suo massimo rispetto va verso il lavoro di scrittura: "L'opera del bravo sceneggiatore viene dalla ‘pancia'. È fondamentale che esista un feeling totale tra regista e sceneggiatore, proprio come abbiamo creato Paul ed io".



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