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ANTONIO LATELLA RIMETTE IN SCENA LE LACRIME AMARE DI PETRA VON KANT

ANTONIO LATELLA RIMETTE IN SCENA LE LACRIME AMARE DI PETRA VON KANT

Enorme, la statua di un corpo nudo di donna sovrasta la scena, spoglia e di un bianco luminoso. Dalla platea si osserva, in attesa che lo spettacolo abbia inizio. Commenti più o meno felici accompagnano l'attesa e la vista del simulacro femminile, esposto, al contempo algido e accusatore di un microcosmo, autoimplodente, del quale saremo presto testimoni. Prima la figura di una donna dalla capigliatura rossa, vestita di nero, entra a passi dalle lunghe falcate a dichiarare che la scena ha preso vita. Ci guarda muta, seguita da quattro donne dagli impermeabili bianchi, occhiali scuri, che circondano il punto di fuga centrale scultoreo. Buio. Il suono di un telefono. Entra in scena Petra von Kant, apparentemente dura e autoritaria con la donna dai capelli rossi, che si scoprirà essere la sua collaboratrice Marlene, nascondendo, ma solo grazie ad una sottilissima epidermide facilmente deteriorabile, le sue lacrime amare.
Abbandonato Shakespeare e il teatro elisabettiano, dopo la trilogia pasoliniana composta da "Pilade", "Porcile" e "Bestia da stile", Antonio Latella si addentra di nuovo nella sulfurea cerebralità sentimentale di Rainer Werner Fassbinder, dopo averla toccata nella mise en scene di Querelle de Brest. "Ogni volta che due persone si incontrano e stabiliscono una relazione si tratta di vedere chi domina l'altro. La gente non ha imparato ad amare. Il prerequisito per potere amare senza dominare l'altro è che il tuo corpo impari, dal momento in cui abbandona il ventre della madre, che può morire." E proprio sulle parole di Fassbinder, che spiegavano il senso de Le lacrime amare di Petra von Kant - scritto nel 1971 e prima rappresentato a teatro, per poi essere girato in soli dieci giorni per il cinema - ruota la stessa riduzione teatrale di Latella, recentemente in scena al Teatro Argentina di Roma. Composta di sole interpreti femminili, l'azione scenica si concentra in un solo ambiente della dimora alto borghese di Petra, affermata stilista, sostenuta dall'amore devoto, e silente, della tutto fare, schiava, Marlene. Punto di rottura l'arrivo di una fragile, ma calcolatrice, donna ad affascinare la von Kant, sottratta dal matrimonio, e dall'Uomo, da una disillusione insanabile. Di nuovo apparentemente aperta all'amore, cade preda di Karin, e di un rapporto corrotto, dipendente; dichiara in lacrime la sua schiavitù, dopo esserlo stata inconsapevolmente di se stessa e della struttura societaria, nella quale aveva perseguito con rabbia la verità. Il dramma in corso, a mezza via tra Ibsen e Bernhard, non propone uscite, se non quella di denudarsi delle proprie convenzioni, e dei propri ruoli, nei quali inesorabilmente si ricade, aprendosi a nuove necessità, liberi da routinanti gesti, sguardi e parole. Unici rimandi al mondo esterno occasionali, e tristi, comparse di altre donne, a rappresentare contatti amicali e familiari, di cui non si avverte più il senso, se non nella loro necessità tragicomica di maschere da commedia dell'arte. L'opera originale perseguiva tale disvelamento, che rimane disatteso nel tentativo di Latella. Nonostante una buona cura dell'estetica (giochi di luci a dimensione inconscia, ombre a indicare l'esistenza di altri spazi e luoghi), la messa in scena non riesce però a riprodurre fino in fondo gli elementi claustrofobici e laceranti della pellicola del 1972, cadendo nello stereotipo che voleva altresì denunciare, e peccando di spettacolarità. Giganteggia, assieme al totem donna, l'attrice Laura Marinoni, Petra von Kant, e rimane nella memoria il rapporto teso dall'inizio alla sua conclusione con la rossa Marlene, nel film interpretata da Hanna Schygulla, attrice feticcio di Fassbinder, qui da Barbara Schröer. I ruoli di dominatrice e dominata si capovolgono sul finale. Sciolta in lacrime, circondata da estranei che dovevano essere la sua Famiglia, Petra von Kant si rivolge a Marlene, e con voce rotta le dichiara: "Non ti ho mai chiesto di te. Parlamene". Inevitabile, cala il sipario.

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