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MATTHEW BARNEY: ARTISTA DELLA RESISTENZA

MATTHEW BARNEY: ARTISTA DELLA RESISTENZA

Osserviamo sullo schermo lo svolgersi di un rito. Con saggezza una matura donna giapponese compone due pacchi, doni per un futuro matrimonio. Accompagnano i gesti meticolosi la voce malinconica di Will Oldham, cantautore indie-rock americano, ad impreziosire la musica composta dalla cantante Bjork, autrice di tutta la colonna sonora. A suggello finale della composizione un sigillo-adesivo dalla stessa forma della scultura di vaselina la cui evoluzione creativa contrappunterà tutto il film.
È l'affascinante inizio della recente, viscerale opera cinematografica del video-artista, scultore, performer, interprete americano Matthew Barney, The Drawing Restraint 9 (2005, nella foto), presentato l'anno scorso prima in Giappone al 21st Century Museum of Contemporary Art di Kanazawa, e successivamente alla 62° Mostra del Cinema di Venezia. Proiettato recentemente al Cinema Farnese di Roma accompagnato dal film/documentario De Lama Lamina (2004), fa parte, con il documentario Matthew Barney: No Restraint di Alison Chernick (2006) - passato alla Casa del Cinema l'8 dicembre, in prima nazionale, all'interno della Terza edizione del Dietrolequinte Film Festival, Festival Internazionale del Backstage Cinematografico - di un'attenta azione divulgativa rispetto alla sua opera cine-artistica compiuta quest'anno dall'Associazione romana Complus Events.
Matthew Barney, ex giocatore di football ed ex modello, è da tempo uno degli artisti contemporanei più richiesti e stimati al mondo. Nato a San Francisco nel 1967, ha esordito giovanissimo con mostre a Los Angeles e New York nel 1991. Da allora il suo lavoro affronta le relazioni tra corpo e identità, trasfigurandole in una personale mitologia della cultura americana grazie ad un percorso creativo personalissimo, che affonda le sue radici nel cinema e nell'arte, un'espressione creativa che ferma sulla pellicola l'evoluzione della forma. Ad una mole impressionante di opere, con centinaia tra sculture (molte in vaselina, materiale prediletto nonostante sia da conservarsi sotto sistema refrigerante), disegni, fotografie, ed altro ancora, si è sviluppato un ambizioso progetto video che l'ha reso noto, oltre che alla critica, anche al pubblico, The Cremaster Cycle, ispirato a generi cinematografici già codificati ma qui "contaminati", quali western gotici, melodrammi, musical, horror. Costituito da cinque video-kolossal realizzati tra il 1994 e il 2002, i Cremaster - presentati in una cronologia assolutamente arbitraria, 4-1-5-2-3, che ruota attorno al numero 5, corrispondente alla classica pentapartizione in atti delle antiche tragedie greche - derivano il loro nome dal vocabolario anatomico medico, dove con esso si definisce il muscolo testicolare. Infatti, in essi ha rappresentato il  corpo, immaginandone una mutazione tra il fiabesco e l'allucinato, con appigli di ogni genere, dalla sessualità alle figure mitologiche, ai corpi michelangioleschi. "Non ho fatto altro che reinterpretare a modo mio il processo vitale che, in ognuno di noi, porta necessariamente una trasformazione. Racconto il modo in cui una forma combatte per trovare una propria definizione".
Parallelamente alla cosiddetta saga fallica si è sviluppato fin dal 1987 un ulteriore ciclo, ispirato all'idea della resistenza (Restraint) come prerequisito per lo sviluppo e veicolo per la creatività. Nato inizialmente come semplici video-azioni delle performance di Barney, si è sviluppato in una veste sempre più cinematografica, arrivando appunto al suo nono capitolo, dove si assiste al debutto professionale e artistico della coppia Barney-Bjork, uniti anche nella vita. Concepito come un'opera musicale dalla forte connotazione teatrale, Drawing Restraint 9 rappresenta un'ulteriore evoluzione del concetto di mutazione, trasformazione e ricerca di una forma, perno di tutta la ricerca artistica di Barney. Al largo della baia di Nagasaki, sulla baleniera giapponese Nisshin Maru - unica nave/fabbrica attualmente operante al mondo -, si celebra il matrimonio, con rito scintoista, tra i due personaggi interpretati dall'artista statunitense e la musicista/attrice islandese. Una immensa scultura in vaselina liquida, nelle sue trasformazioni, funge da raccordo con la vicenda dei due protagonisti. Quattro tappe rituali scandiscono le oltre due ore di narrazione: il trasporto, il lavaggio-vestizione, il tè, la mutilazione. L'unione d'amore viene suggellata da una nuova, macabra, ritualità, quando, immersi nell'acqua marina, che colma la stanza della loro unione come liquido amniotico, iniziano a dilaniarsi, trasfigurandosi in figure marine, e spezzando il proprio legame con la terra: destrutturazione e ricostruzione di un corpo. Ciò che conta non è la narrazione del film, assolutamente priva di linearità, ma la costruzione di immagini che rimangono impresse nella memoria dello spettatore come fossero sculture isolate, rivelando il talento di Barney come artista visivo. Le scene si presentano mute, e i dialoghi, ristretti ad un'unica scena, sono sostituiti dalle musiche e dalla voce di Bjork, che sottolineano ed amplificano i rumori dell'ambiente industriale e della nave per creare un'atmosfera sospesa ed inquietante. Attraverso l'utilizzo dello Sho, antico strumento tradizionale giapponese dalle sole tre note, suonato dalla musicista Maiyumi Miyata, si celebra così un appassionato e personale tributo alla cultura giapponese.
E proprio dalla tradizione, in questo caso brasiliana, e in particolare dalle divinità della religione politeista afrobrasiliana Candomblè, si sviluppa il film/documentario De Lama Lamina, girato durante le celebrazioni del Carnevale di Salvador de Bahia. Incentrato su un immenso carro per disboscare le foreste che avanza tra un corteo in balìa di personaggi emblematici, lancia un'accusa alla deforestazione sotto forma di allegoria: sull'albero sradicato in cima al carro si arrampica una donna, omaggiando l'ecoattivista Julia Butterfly Hill, vissuta per due anni sulle sequoie californiane che gli americani chiamano Redwood, per preservarle, e simboleggiando Ossaim, signore della foresta e protettore delle piante. Ai piedi del tronco, un uomo infangato, ricoperto di bulbi e radici, giace tra le ruote masturbandosi contro l'albero-motore del carro e lubrificandolo: è la personificazione di Ogun, dio della guerra, che con una lama di ferro si fece strada tra gli alberi della foresta per raggiungere la civiltà. Ancora un musicista, Arto Lindsay, newyorchese di origine brasiliana, e leggendario protagonista della scena no wave, a fare da collante all'opera: si esibisce su un carro retrostante, alla guida di una processione di percussionisti, le cui vibrazioni fanno da contrappunto musicale alla densa scenografia del carro animato di Barney.
Con il documentario Matthew Barney: No Restraint di Alison Chernick si celebra infine Matthew Barney nella creazione della sua ambiziosa "scultura narrativa", di cui Drawing Restraint 9 è un momentaneo punto d'approdo. Mosso dall'esigenza di poter mostrare e testimoniare, scuotendo e sorprendendo, quanto si possa realizzare la libertà attraverso la resistenza, possibile motore di un cambiamento, un nuovo rito sarà presto compiuto.

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