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MILLE MIGLIA… LONTANO

di Zhang Yimou

Sceneggiatura: Zou Jingzhi
Fotografia: Zhao Xiaoding
Montaggio: Cheng Long
Musiche: Guo Wenjing
Scenografia: Sun Li
Interpreti: Takakura Ken, Li Jiamin, Jiang Wen, Qiu Lin, Yang Zhenbo, Terajima Shinobu
Produzione: Bill Kong - Gilla Co. Ltd., Beijing New Picture Film, Elite Group Entertainment
Distribuzione: Mikado
Nazionalità ed anno: Cina, 2005
Durata: 107'
Titolo originale: Qin Li Zou Dan Ji (Riding Alone for Thousands of Miles)
Data di uscita: 17 novembre 2006
Sito ufficiale
Sito italiano

Note
: Presentato nella sezione Extra della I Edizione di Cinema. Festa Internazionale di Roma

MILLE MIGLIA… LONTANO
3 e mezzo

Takata Gou-ichi (Takakura), pescatore della costa settentrionale giapponese, giunge a Tokyo in visita al figlio Ken-ichi, gravemente malato. Qui apprende dalla nuora che Ken-ichi, col quale ha litigato tempo prima, rifiuta ancora di vederlo. Scoperta, grazie alla visione di una videocassetta, la passione del figlio per il dramma antico cinese, Takata decide di recarsi in Cina per filmare la performance dell'attore che Ken-ichi non era riuscito a incontrare nel suo viaggio, in modo da poterlo mostrare al figlio e riempire il vuoto che lo separa da lui.
Dopo la parentesi wuxiapian, che pure ha saputo regalargli soddisfazioni e ulteriore successo internazionale, Zhang Yimou torna sugli schermi italiani con un anno di ritardo. Lo fa con un film intimista e amaro, in cui il ricorso al punto di vista di un protagonista giapponese, che lascia inizialmente spaesati, trova ben presto una sua ragione di essere e una coerenza con la produzione di Zhang, ancora una volta interessato a mostrare la sua terra. L'ausilio di occhi "estranei" diventa così espediente per una maggiore libertà di azione (non pochi problemi ha avuto Zhang con le autorità cinesi, specialmente nel periodo del connubio con Gong Li) e per un'analisi lucida quanto toccante di una Cina fatta di uomini, villaggi, paesi, dove  la gentilezza di un popolo ancora puro (incontaminato dalla tecnologia di cui Takata è portatore in micro) travalica la durezza delle istituzioni e invita Takata a rileggere i sentimenti verso il figlio che credeva perduto. Certo Zhang,  in modo un po' troppo ottimistico, crea un'improbabile dicotomia tra la gente e il potere che la circonda, scaricando i primi di ogni responsabilità ed evitando qualsiasi implicazione sociopolitica necessaria per un affresco più esaustivo della Cina del nuovo millennio: ma gira con una partecipazione e una leggerezza che conquistano, e spingono all'indulgenza grazie anche a momenti di autentica maestria tecnica e narrativa.

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Mille miglia... lontano, perché lontano è il cuore dell'altro 

Un moderno e tecnologico ospedale di Tokio. Indimenticabili e sperduti villaggi dello Yunnan, nel cuore della Cina meridionale, dove è ancora viva la tradizione del teatro in maschera. Un docente alla facoltà di arti popolari orientali che sta morendo di cancro. Vicino a lui una donna bellissima, la moglie Rie che riannoda legami; lontano Takata, il padre ripudiato, l'assente. Una promessa: "tornerò in Cina il prossimo anno per sentire cantare Li-jamin", per filmare la più grande opera in maschera che sia mai stata scritta, la storia del generale Guan Yu che, rischiando i suoi beni, intraprende un lungo viaggio per aiutare l' amico lontano, per offrigli la sua lealtà. E un silenzio che è divenuto l'unico tessuto di una relazione filiale. Un silenzio che pervade l'intera pellicola, che non trova parole se non quelle indicibili di una speranza ormai impotente, forse sconfitta. Un abisso che avvolge il cuore, gelido quanto l'eco disperato della parola addio quando ciò che ci è stato strappato è ormai  terra, polvere. Un silenzio e un abisso che diventano limite, confine invalicabile, ferro spinato persino per un figlio. E' la parabola del dolore che divide, separa; annulla ciò che di umano ancora resta, ciò che ancora resiste allo strappo lacerante della morte. E si diventa naufraghi. Improvvisamente indigenti. Prigionieri della vita e del suo senso. Risucchiati dall'assenza. Improvvisamente (più) soli, perché nessuno può abitare il dolore di un altro, assumerlo e condividerlo interamente e totalmente, annientarlo. Colmare la distanza. Mille miglia lontano... è il cuore dell'altro. Anch'egli naufrago, anch'egli sopravvissuto. Anch'egli impotente e pertanto in qualche modo colpevole. Anch'egli prigioniero di una attesa sconosciuta. Con questo suo ultimo lavoro, Zhang Ymou ritorna al cinema delle origini, ad una dimensione intimista e ci regala un film struggente e di imperfetta bellezza. Intenso e appassionato, quasi interamente interpretato da attori non protagonisti e dalla poesia di paesaggi incontaminati, catturati con sapiente maestria dalla fotografia di Zhao Xiaoding, che diventano paesaggi dell'anima, specchio del cuore. Non un film sui difficili legami familiari come è stato scritto. Non un'indagine sulle dissonanze dei rapporti tra genitori e figli. Un film sulla morte, sulla separazione, sull'incomunicabilità, sull'insufficienza del linguaggio e l'impotenza delle parole. Quelle parole che il vecchio Takata, magnificamente interpretato dal leggendario Takakura Ken, dopo la morte della moglie non conosce più, non sa più dire. Ospite di una remota isola giapponese, il villaggio dei pescatori; "una barca con le vele ammainate in un porto" senza più destinazione né meta: così la sua vita. In esilio, murato in una solitudine che lo uccide e dà morte, prigioniero di una esistenza che dismette a piccole rate. Incanta e ferisce il silenzio inscritto sul volto di questo padre che non ha mai dimenticato suo figlio, le sue rughe immote, le sue pupille dolenti, il suo disarmante pudore. Il tormento, sempre dignitoso, sempre trattenuto, per una lontananza non voluta che non sa colmare.Eppure parte, si mette in viaggio per un paese straniero. Sente che deve andare... perché c'è un' ultima cosa che ancora può fare per riconciliarsi con il figlio morente: ultimare il suo progetto, dargli compimento, esaudirne la promessa. E non ha più paura di affrontare una esperienza che da e-straneo lo fa straniero; in cammino verso il figlio, verso la propria interiore mendicanza a cui non aveva mai dato voce. Una mendicanza che sa farsi attesa e preghiera anche davanti alle autorità militari cinesi che devono vistare il permesso per visitare la prigione dove Li-jamin deve scontare tre anni di pena: "Direttore glielo chiedo dal più profondo del cuore mi aiuti, Direttore, io, la prego"; una preghiera affidata agli ideogrammi impressi su un drappo rosso che, in una delle più belle e intense scene del film, si leva in alto a coprire il volto di Takata, ma non le sue lacrime, non la sua disperazione. Così, nel doloroso apprendistato del suo peregrinare, il vecchio Takata sperimenta una mancanza che sa farsi accoglienza di un'altra paternità incompiuta quella di Li-jamin e del figlio che non ha mai conosciuto Yang Yang, un bambino di otto anni adottato dall'intera comunità del villaggio di pietra. E Takata, più che mai deciso a restituirli al reciproco abbraccio, si ritrova a rincorrere Yang Yang tra le rocciose montagne dello Yunnan così come, in un gioco di rimandi, rincorre il figlio Ken-ichi. E impara che l'amore è un assedio, che cerca, segue, insegue, chi vuole restare solo. Lo sa bene Rie la nuora che non esita a chiamarlo "papà". Lei, l'amore che si fa tra-mi-te. Senza la sua premurosa generosità, senza la sua passione per l'altro, non ci sarebbe stato alcun viaggio. Un viaggio che pur non realizzando i suoi intenti ( Ken-ichi muore prima ancora che Takata riesca a filmare l'opera ) prepara un ritorno. "Adesso papà puoi tornare a casa", lo implora la nuora. Il figlio è pronto ad accoglierlo, a riabbracciarlo. Ma Takata vuole a tutti i costi filmare Li-jamin mentre canta l'opera. Comprende dall'interno il suo dolore, non può più ignorarlo, perché in qualche modo entrambi indossano la maschera, entrambi  hanno appeso alle fronde dei salici il loro canto. Anche se questa decisione non farà che ritardare ulteriormente il suo progetto. "In questo momento, la cosa più importante non è portare il bambino a Li-Jiamin ma filmare Mille Miglia Lontano" gli ricorda l'interprete che lo accompagna. Ma per Takata adesso, le due cose "sono tutte e due importanti". Neppure la seconda impresa riesce. Takata, rispettando la volontà del bambino, non riconsegna il figlio al padre naturale, ma mostra a Li-jamin la sua faccia attraverso le foto scattate con la digitale. E Li-jamin indossati i costumi di scena può finalmente cantare, come solo lui sa fare, l'opera millenaria "viaggio solitario, mille miglia lontano". Canta per Takata, canta per Ken-ichi, canta per il figlioletto Yang Yang, canta per i suoi compagni di prigione. Canta per un figlio che ha scelto lo stesso destino di solitudine del padre. Canta il perdono ricevuto  al di là dell'incontro dei corpi e del colloquio dei sensi, al di là dello spazio, e ora anche del tempo. Canta quell'intima e nascosta domanda di amore che ha saputo farsi sangue, strada, cammino, viaggio. Canta il dolore del ritorno. Ken-ichi muore, ma  nella sua ultima lettera scrive: " Cosa voglio dire? Che cos'è che deve dire questo figlio a suo padre? Lo chiedo a me stesso. Perché non ho voluto vederti quando sei venuto in ospedale? ...non ho fatto altro che cercare ancora una volta di scappare. Ora, non vedo l'ora che torni, papà...". Takata torna alla sua isola, ritorna a guardare il mare nell'inquadratura finale che lo ritrae di spalle e chiude il film (quasi a ridipingere "Viandante sul mare di nebbia" di C.D. Friedrich). Questa volta, la voce off  non ne rivela i pensieri. L'ultima dissolvenza risparmia ogni commiato. Nella vita, così come nella rappresentazione filmica, qualcosa di incompiuto resta... un invito a pranzo, lo stare riuniti insieme intorno alla stessa mensa. Forse una nostalgia infinita per qualcosa che non potrà più accadere, per un desiderio, qui e nell'adesso del tempo, irrealizzabile. Ma il gioco tra finzione e realtà non è sempre speculare, quasi a dire che la magia del cinema è nel meta-legame con l' "al di là" del filmabile, il suo fascino nella capacità di mostrare ciò che nasconde e riconsegna al mistero. Sebbene la mdp non riprenda mai padre e figlio insieme, così li sente e li "vede" lo spettatore, riconciliati, restituiti ad una pace che lenisce le ferite del passato, il dolore per un abbraccio che manca. Mille miglia... lontano è il cuore dell'altro...  ma non irraggiungibile.

M. Cristina Lucchetta

Mer, 04/04/2007 - 16:28

Ciao, a peso direi che t'è proprio piaciuto questo film!

Io l'ho visto alla festa de roma, ma te confesso che sono rimasta un po' delusa.
Credevo che ci stava gong li.


Mer, 04/04/2007 - 17:14