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FLAGS OF OUR FATHERS

di Clint Eastwood

Soggetto: Tratto dal libro "Flags of Our Fathers" di James Bradley con Ron Powers
Sceneggiatura: William Broyles, Jr. e Paul Haggis
Fotografia: Tom Stern
Montaggio: Joel Cox, A.C.E.
Musiche: Clint Eastwood arrangiate e dirette da Lennie Niehaus
Scenografia: Henry Bumstead
Costumi: Deborah Hopper
Interpreti: Ryan Phillippe, Jesse Bradford, Adam Beach, John Benjamin Hickey, John Slattery
Produzione: Malpaso/Amblin Entertainment - Clint Eastwood, Steven Spielberg, Robert Lorenz
Distribuzione: Warner Bros Pictures Italia
Nazionalità ed anno: USA, 2006
Durata: 131'
Data di uscita: 10 novembre 2006
Titolo originale: id
Sito ufficiale
Sito italiano
Note: Film d'apertura della XXIV edizione del Torino Film Festival

FLAGS OF OUR FATHERS
3

Nel febbraio del 1945, nel pieno della battaglia del Pacifico, gli Stati Uniti sbarcano sulla piccola ma strategicamente importantissima isola di Iwo Jima, presidio giapponese con spiagge scure e cave di zolfo. In patria l'immagine della bandiera statunitense issata sul Monte Suribachi da cinque Marines e un Ufficiale Sanitario della Marina riaccende la speranza di poter finalmente vincere una guerra che dura ormai da troppo tempo.
Clint Eastwood, che ha più volte dimostrato di essere a proprio agio nella narrazione di vicende personali - Bird, Mystic River, Million Dollar Baby - in questo lungometraggio si misura invece nella rappresentazione di un fatto storico - la battaglia di Iwo Jima, ma anche la perdita di fiducia degli Stati Uniti nella guerra - visto attraverso gli occhi dei tre giovani sopravvissuti della celeberrima foto di Joe Rosenthal. Una evoluzione del tutto naturale e che dà buoni risultati, almeno nella prima parte del film. Eastwood presenta i sei della foto - tutti di età compresa tra i diciotto e diciannove anni - e  li inserisce in quell'enorme avvenimento che è la guerra, in cui ognuno è pedina nelle mani del proprio superiore. Poi ci mostra l'ingresso nella Storia dei tre sopravvissuti, eroi richiamati in patria a furor di popolo, ma soprattutto preposti alla vendita dei buoni di guerra, e i tre scoprono presto che stare su un palco e convincere centinaia di persone su e giù per il paese non è così diverso dallo stare in una trincea che sa di zolfo: in entrambi i casi ci vuole coraggio e determinazione.
Ed è qui che Flags of Our Fathers prende la piega più interessante, quella della riflessione amara e - superficialmente - cinica sull'America, in cui un'immagine può creare l'eroe e fare la differenza addirittura sulle sorti di una guerra. Ma molti possibili sviluppi - si pensi, ad esempio, ai riferimenti all'attualità - restano impantanati nella vicenda della fotografia della bandiera e dei suoi retroscena, eviscerati in ogni aspetto.
Il film è strutturato in maniera molto classica, più di quanto lo sfasamento temporale degli avvenimenti possa far pensare, e nell'ultima parte sconta una regia didascalica che prende sempre più le distanze dai personaggi, paradossalmente quando vorrebbe essergli più vicino. Eastwood infatti si limita a mostrare gli effetti più visibili di interiorità lacerate, ed è facile preda di un sentimentalismo che non è mai vero sentimento e che priva lo spettatore di un'empatia che, visto il percorso, forse si aspettava.
Le riprese sono state effettuate in uno dei pochi posti al mondo con geologia e topografia simili ad Iwo Jima: Reykjanes, in Islanda, penisola vulcanica a sudest di Reykjavik. La fotografia desaturata e livida di Tom Stern si è ben asservita alla sabbia nera e granulosa di questi luoghi.
Flags of Our Fathers è la prima parte di un dittico; è prevista nei prossimi mesi, infatti, l'uscita di Lettere da Iwo Jima, attualmente in post-produzione e che mostrerà i medesimi avvenimenti, raccontati dalla prospettiva giapponese.

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