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BABEL

di Alejandro Gonzáles Iñárritu

Sceneggiatura: Guillermo Arriaga
Fotografia: Rodrico Prieto
Montaggio: Stephen Mirrione
Musica: Gustavo Santaolalla
Scenografia: Brigitte Broch
Interpreti: Brad Pitt, Cate Blanchett, Gael Garcia Bernal, Koji Yakusho, Adriana Barraza, Rinko Kikuchi, Boubker Ait El Caid, Michael Pena, Said Tarchani
Produzione: Anonymous Content, Zeta Film, Central Films
Distribuzione: 01 distribution
Nazionalità ed anno: Messico/USA, 2005
Durata: 142'
Data di uscita: 27 ottobre 2006
Sito ufficiale
 
Sito italiano 
Soundtrack
Note: Premio Oscar per la Migliore Colonna Sonora

BABEL
4

Oltre la parola. Programmatico e lapidario, con Babel il messicano "cult" Alejandro Gonzáles Iñárritu compie un nuovo viaggio all'inferno, dopo Amores Perros e 21 Grammi. Scritto come questi dal romanziere Guillermo Arriaga (sceneggiatore premiato a Cannes nel 2005 per Le tre sepolture di Tommy Lee Jones) Babel si ispira al mito biblico della torre di Babele, costruita dagli uomini per raggiungere Dio che però li contrasterà nel completamento dell'opera confondendone le lingue.
Sullo sfondo metaforico della biblica torre da sempre simbolo dell'incomunicabilità, Babel è un'opera intessuta di tre storie ambientate in quattro spazi geografici e, soprattutto, linguistici diversi. Ad intrecciare le vicende sarà il destino, più doloroso che favorevole.
Il film si apre in Marocco, dove un turista giapponese (Kùji Yakusho) regala un fucile alla guida locale in segno di gratitudine. Capitata nelle mani di due ragazzini, l'arma ferisce accidentalmente Susan (Cate Blanchett), turista americana in vacanza con il marito Richard (Brad Pitt). La reazione è immediata e mediaticamente dilatata sul terrorismo internazionale. Ignari dell'accaduto dall'altra parte del mondo, a San Diego, i figli ancora piccoli della coppia partono con la tata messicana Amelia (Adriana Barraza) e suo nipote Santiago (Gael Garcia Bernal) diretti oltre il confine dove li attende la festa di matrimonio della figlia della donna. Al ritorno, però, un equivoco con le guardie di frontiera causerà una tragedia. Contemporaneamente in Giappone, Chieko (Rinko Kikuchi), un'adolescente sordomuta soffre dell'impossibilità di comunicare come i suoi coetanei e decide di sperimentare la via del sesso quale forma alternativa. Ma la ragazza è anche vittima del trauma dovuto al suicidio della madre di cui è erroneamente incolpato il padre, che scopriamo essere il turista giapponese proprietario del fucile regalato in Marocco. E il cerchio si chiude in una rappresentazione narrativa dove linearità e cronologia sono ignorate a favore del moto interiore di azioni e reazioni a catena con cui l'autore messicano si trova perfettamente a suo agio, come già emergeva nelle opere precedenti.
Babel è film sulle identità smarrite, che improvvisamente si scambiano ed incrociano, in un gioco da "lost in translation" dove nessuno, improvvisamente, sembra più in grado di uscire dal disperato labirinto del monologo e dunque della solitudine. "Babele" è la maledizione di chi pensa di avere la propria vita sotto controllo. Dall'inevitabile lettura politica, la pellicola offre tanti livelli di interpretazione almeno quante sono le lingue parlate (l'arabo, l'americano, lo spagnolo, il giapponese, la lingua dei sordomuti), e lavora sulla linea dei confini "geografici culturali e psicologici ma anche sulle frontiere che separano i padri dai figli, i fratelli dai fratelli, che sono assai più impenetrabili di quelle segnate sulle mappe", come dichiara lo stesso Iñárritu  che per questo suo terzo film si è meritato il premio della regia all'ultimo festival di Cannes. Non c'è la carnale spontaneità di Amores Perros, neppure il millimetrico appuntamento con la morte dell'anima di 21 Grammi: in Babel si gioca ancora con il fato ma con uno sfondo più aperto, socio-culturale e alla fine più speranzoso. Iñárritu  risente sempre di più delle atmosfere hollywoodiane: questo è l'unico difetto di un film che comunque ha molto da mostrare e da comunicare. L'augurio è che il regista ritrovi una strada più "ruvida" per rappresentare le sue storie future.

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