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FUR: UN RITRATTO IMMAGINARIO DI DIANE ARBUS

di Steven Shainberg

Soggetto: liberamente ispirato al libro Diane Arbus: una biografia di Patricia Bosworth
Sceneggiatura: Erin Cressida Wilson
Fotografia: Bill Pope
Musiche: Carter Burwell
Montaggio: Keiko Deguchi, Kristina Boden
Interpreti: Nicole Kidman, Robert Downey, jr., Ty Burrell, Harris Yulin, Jane Alexander, Mary Duffy
Produzione: Edward R. Pressman Film Corporation, River Road Films
Distribuzione: Nexo
Nazionalità ed anno: Usa, 2006
Durata: 122'
Data di uscita: 20 ottobre 2006
Sito ufficiale
Note: Presentato come Premiere alla I Edizione di Cinema. Festa Internazionale di Roma

FUR: UN RITRATTO IMMAGINARIO DI DIANE ARBUS
1 e mezzo

Diane, eterea, alto-borghese e perennemente a disagio, viene colta da un attacco di panico nel bel mezzo di un ricevimento per la presentazione di una linea di pellicce, confezionate dalla ditta dei suoi genitori e fotografate dall'obiettivo del fotografo di moda che ha sposato. Chiusa nella sua bella casa newyorkese dove già altre volte ha sfogato di nascosto le proprie bizzarrie (magari abbandonandosi di fronte ad una finestra aperta a pulsioni esibizionistiche), guarda in strada e incrocia gli occhi di un uomo imbacuccato da capo a piedi, che, intensamente, la guarda a sua volta. L'uomo indossa guanti e maschera per nascondere il volto e le mani e si è appena trasferito nel palazzo di Diane, e perché stupirsi se questa sorta di casalinga disperata afflitta da indefinibili parafilie stringerà un passionale sodalizio col misterioso nuovo inquilino dell'ultimo piano?
La tentazione è grande, ma fare dell'ironia su Fur, terzo lungometraggio di Steven Shainberg, è a nostro parere cosa da evitarsi. In primo luogo perché sarebbe come sparare sulla proverbiale Croce Rossa, e poi perché a forza di battute si rischierebbe di illustrare soltanto i difetti accessori del film, senza soffermarsi abbastanza sul suo problema di fondo, che è costituito da un'imperdonabile convenzionalità. A questo proposito, l'azzeccatissimo Secretary qualche indizio ce lo aveva pur dato: commedia nera solo in superficie, il coronamento del sogno d'amore fra un sadico e una masochista realizzava in forme eterodosse un'ideale domestico rassicurante. In pratica, come aver confezionato una sorta di Pretty Woman godibile per una categoria di pubblico che nella preadolescenza preferiva alle Barbie i pupazzetti di Nightmare before Christmas. Abbandonate le fantasie da pony-girl di Lee Holloway, questa volta Shainberg, coadiuvato alla sceneggiatura dalla solita Erin Cressida Wilson, fa i conti però con un soggetto decisamente più impegnativo, e si dedica alla ricostruzione di un viaggio immaginario nella psiche e nelle pulsioni di Diane Arbus, la fotografa americana condannata alla celebrità come ritrattista di freaks. E lo fa a partire da un sottotesto metaforico grossolano e semplicista (dalla figlia di due pellicciai non ci si poteva aspettare altro che si innamorasse di un ipertricotico...), a cui si accompagna un discorso sul rapporto fra normalità e diversità di un imbarazzante schematismo. Se i normali sono abbastanza mostruosi, i mostri devono per forza far parte di un mondo da fiaba, e Diane è Alice in un paese delle meraviglie dove la marginalità si converte finalmente in una serena accettazione dei propri segreti. Del resto, l'amore è solo il veicolo tramite il quale scoprire la propria realtà interiore e il proprio talento, e nani, giganti, mutilati, nudisti e albini finiscono per essere soltanto le voci dell'elenco di una guardona di fenomeni da baraccone. Più feticista che artista, dunque, a maggior ragione se si pensa al particolare puerile della pelliccia di peli che l'amato moribondo le regala a sempiterna memoria, e che Diane accarezza commossa e pensosa. Che poi, sparare sulla Croce Rossa sarà anche scontato, ma a volte è divertente, di conseguenza non si può non menzionare la battuta più scult del film: a una Diane visibilmente eccitata e impegnata a depilare il di lui scroto, Lionel ribatte: "Adesso limitiamoci a radere", e qui sono cadute le braccia di innumerevoli spettatori (siamo pronti a giurare di aver sentito il tonfo). Un gran peccato aver avuto Robert Downey Jr. in un film e averlo combinato come Ron Pearlman ne La bella e la bestia (lui sì che stava meglio truccato), e che qualcuno glielo dica a Nicole Kidman: se un copione è improbabile non è che il film debba per forza essere un capolavoro...

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