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THE BLACK DAHLIA

di Brian De Palma

Soggetto: tratto dall'omonimo romanzo di James Ellroy
Sceneggiatura: Josh Friedman
Fotografia: Vilmos Zsigmond
Montaggio: Bill Pankow
Musiche: Mark Isham
Interpreti: Josh Hartnett, Aaron Eckhart, Scarlett Johansson, Hilary Swank, Mia Kirshner, Fiona Shaw, Mike Starr
Produzione: Millennium Films, Signature Pictures
Distribuzione: 01 distribution
Nazionalità ed anno: Usa, 2006
Durata: 120'
Data di uscita: 29 settembre 2006
Sito ufficiale

Sito italiano

THE BLACK DAHLIA
2 e mezzo

Nel 1947 viene ritrovato a Los Angeles il cadavere orrendamente mutilato di Elisabeth Short, ventidue anni, che dal Massachussets si era trasferita in California per fare l'attrice, ma che aveva finito per perdersi nel sottobosco hollywodiano, tra provini falliti e continui trasferimenti da un motel all'altro. La stampa si impossessa della storia di Elisabeth, soprannomina la Dalia Nera, sulla scorta del film Blue Dahlia con Alan Ladd e Veronica Lake, e segue con attenzione morbosa gli sviluppi del suo caso, destinato a rimanere insoluto. Undici anni dopo muore strangolata Geneva Hilliker Ellroy, e anche in quest'occasione l'assassino rimane a piede libero. Ossessione di un'intera città, Elisabeth, ossessione privata del figlio James, Geneva: l'immagine delle due donne brutalizzate finirà per sovrapporsi nell'immaginazione del figlio di Geneva, lo scrittore James Ellroy, che costruisce sul caso di Elisabeth Short il romanzo più importante della sua carriera, e lo fa per liberarsi del fantasma della madre assassinata quando lui aveva undici anni. L'ossessione, che è la causa efficiente e il vero motore della storia, corrisponde all'interno di essa ad un'analoga ispirazione: quello che ci viene raccontato è dunque il rapporto tra due poliziotti, Lee "Fuoco" Blanchard e Bucky "Ghiaccio" Bleichert, che vedono iniziare la loro amicizia e il loro sodalizio professionale durante gli scontri razziali del 1943 e che quattro anni dopo saranno coinvolti nel caso della Dalia Nera, venendone segnati irrimediabilmente.
Se per parlare del film Black Dahlia si parte dal libro di James Ellroy, lo si fa perché è proprio il rapporto del film con il romanzo da cui è tratto a rappresentare il primo serio ostacolo sulla via della riuscita realizzazione dell'opera ultima di Brian De Palma. Lo sapeva Curtis Hanson, che ai tempi di L.A. Confidential operò tagli significativi sul materiale narrativo a sua disposizione e si concentrò sulla scelta del miglior cast possibile, in modo che la stessa fisicità degli attori, la loro totale aderenza ai personaggi, rendesse comprensibili i moventi psicologici di una vicenda tanto intricata da lasciare senza fiato anche a seguirla sulla carta. Il risultato fu comunque l'equivalente di un gioco per bambini, e la Los Angeles sulfurea di James Ellroy ne uscì piuttosto edulcorata, neutralizzata nei suoi aspetti più perturbanti. Ma nel caso di Elisabeth Short è necessario viaggiare al fondo di un inferno personale che si fa rappresentazione della leggenda nera di Los Angeles, di quella eterna vicenda di corruzione dietro il sogno di cui è un esempio maiuscolo il lynchiano Mulholland Drive. L'omicidio della Dalia Nera è la parabola di una città che, dietro la facciata, è una belva feroce che si nutre di uomini (non a caso, uno dei personaggi al centro della vicenda è un palazzinaro che ha fatto i milioni costruendo case marce alle fondamenta), e il tema del cinema, dell'immagine su pellicola, è affiancato alla permanenza ossessiva nella memoria di un corpo morto, desiderato rabbiosamente e destinato a tornare, nei lineamenti delle donne amate, nella ricerca disperata di una verità sfuggente e miserabile. Le figure femminili si confondono in un'unica realtà di frustrazione, di impossibile possesso: è l'annientamento della possibilità di un amore che precede qualsiasi movente sessuale, e che si traduce nella distruzione del corpo di Elizabeth Short, il centro di una serie di rapporti destinati al collasso. De Palma decide di dare rilievo a questi elementi e finisce per accennarli tutti di sfuggita, confondendo il ritmo avvolgente dell'ossessione con le scansioni necessariamente velocissime di una trama che non può prescindere dalla ricerca del colpevole. Il cast è solo in parte indovinato (Hartnett è nel personaggio, non così Eckart; Scarlett Johanssonn è una Kay poco convincente e Fiona Shaw, di solito bravissima, è tanto grottesca da risultare inopportunamente divertente), la messa in scena è piuttosto convenzionale, se si eccettuano due scene topiche che coincidono una con l'unica grossa modifica al plot originale, l'altra con la scoperta dell'assassino. In esse è evidente, molto più che altrove, la mano di De Palma, che pure si riconosce per via di autocitazioni, senza sviluppare un discorso che sostanzi il film dall'inizio alla fine.

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