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LETTERE DAL SAHARA
di Vittorio De Seta
Soggetto e Sceneggiatura: Vittorio De Seta
Fotografia: Antonio Grambone
Montaggio: Marzia Mete
Musiche: Fabio Tronco
Scenografia: Fiorella Cicolini
Costumi: Fabio Angelotti
Interpreti: Djibril Kebe, Paola Ajmone Rondo, Stefano Saccotelli, Madawass Kebe, Fifi Cisse, Tihierno Ndiaye, Luca Barbeni
Produzione: Donatella Palermo - A.S.P., Meta Film
Nazionalità ed anno: Italia, 2005
Formato: 35mm, col.
Durata: 123’
Data di uscita: 1 settembre 2006
Note: Presentato come Evento Speciale - Fuori Concorso a Venezia63
3 e mezzo
"Il sud del mondo non è un'espressione geografica: è un malessere diffuso, ovunque, che tocca miliardi di persone." Lo sguardo di De Seta si sofferma ancora una volta sull’Italia e racconta una delle tante storie dei nuovi italiani: quella di Assane (l’esordiente Djibril Kebe), studente senegalese sbarcato clandestinamente in Sicilia alla ricerca di un futuro migliore.
Lettere dal Sahara come progetto nasce nel 1998; da sempre interessato agli emarginati e agli esclusi, De Seta ha trovato naturale tornare al cinema - dopo tanti anni di assenza - con una storia sull’immigrazione, un’opera a metà strada tra il documentario e la fiction con cui punta il dito contro l’intera società occidentale, ormai assoggettata al denaro e al potere. La storia di Assane assurge a paradigma di un degrado morale che sembra non risparmiare neanche la parte più povera, di questo mondo. Dopo la burrascosa traversata in mare, Assane deve infatti fare i conti con una realtà inaspettata: ciò che i suoi amici già in Italia hanno scritto nelle lettere non corrisponde a verità. Niente lavoro decoroso, niente casa accessoriata. Solo lavoro in nero, vecchi casolari abbandonati e tanto odio razziale. Dal Senegal a Lampedusa, poi Firenze, infine Torino: Assane sembra non trovare pace, e ciò che gli è stato insegnato, ciò in cui crede, a volte si trasforma in un ostacolo verso la felicità. Davanti alla possibilità di un compromesso, di una via più comoda, lui sceglie sempre di rimanere coerente con i propri principi. Altri, davanti al medesimo bivio, cadono. Ma ciò non basta, e Assane si perde. Sente di aver smarrito le proprie radici. Eppure prega ogni giorno. Si comporta secondo i dettami del Corano. Non rifiuta mai l’aiuto al fratello in difficoltà. Neanche l’agognato permesso di soggiorno, un futuro in Italia e dei nuovi affetti sembrano poterlo aiutare. Un’aggressione stupida e immotivata, come ogni manifestazione di razzismo, lo spingono al rientro in patria.
Il film scorre con naturalezza tra le diverse situazioni, ma a volte De Seta appare a disagio nel gestire i tessuti narrativi della fiction; soprattutto le ambientazioni torinesi - un po’ asfittiche - tendono al favolistico. La parte senegalese corrisponde con l’apertura del film verso i territori del documentario più puro. Qui De Seta ci mostra un paese e delle persone che abbiamo soltanto immaginato attraverso le parole di Assane, e che riempiono il cuore di noi spettatori.
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