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L'ORCHESTRA DI PIAZZA VITTORIO
di Agostino Ferrente
Sceneggiatura: Agostino Ferrente con la collaborazione di Massimo Gaudioso, Mariangela Barbanente e Francesco Piccolo
Fotografia e riprese: Greta de Lazzaris, Alberto Fasulo, Simone Pierini, Giovanni Piperno, Sabrina Varani
Montaggio: Desideria Rayner con la supervisione di Jacopo Quadri
Musiche: L’Orchestra di Piazza Vittorio
Interpreti: Mario Tronco, Agostino Ferrente, Dina Capozio, Mohammed Bilal, Houcine Ataa, Carlos Paz, Rahis Barti, Pino Pecorelli, Peppe D’Argenzio, Piccola Orchestra Avion Travel
Produzione: Andrea Occhipinti per Lucky Red, Agostino Ferrente per Pirata M.C. e Donatella Botti per Bianca Film
Distribuzione: Lucky Red
Nazionalità ed anno: Italia, 2006
Durata: 93’
Data di uscita: 15 settembre 2006 (Roma), 22 settembre nel resto d’Italia
3 e mezzo
L’orchestra di Piazza Vittorio – il film – racconta con la precisione del documentario e la partecipazione del diario la genesi dell’orchestra di piazza Vittorio – l’ensemble. La band multietnica (trenta musicisti di quindici nazionalità) sognata, pensata e finalmente realizzata da un casertano e da un pugliese trapiantati nel più multietnico dei quartieri di Roma: Mario Tronco e Agostino Ferrente, novelli don chisciotte/sancho panza (col microfono in resta il paragone iconografico è immediato) che hanno creduto a volte di avere a che fare con i mulini a vento, con “una bella idea che forse solo quello deve rimanere”.
Il primo (tastierista degli Avion Travel) sperava di sentir mescolarsi i suoni e le lingue ascoltati per strada. Il secondo (documentarista indipendente) non si arrendeva a chi avrebbe voluto convertire in bingo una sala cinematografica liberty tra le più antiche d’Italia. Nel 2001 artisti, intellettuali, cittadini si uniscono nel comitato Apollo 11 per sostenere le scommesse di questi due giocatori d’azzardo, per puntare e rilanciare, per vincere. Cinque anni dopo c’è di che essere ottimisti – per il salvataggio della sala – e insieme delusi per una promessa di ristrutturazione ancora lontana dall’esser mantenuta, che restituisca alla città uno spazio culturale necessario perché votato all’integrazione.
Eppure di esser pessimisti proprio non ci riesce, dopo aver visto il documendiario di Agostino Ferrente, novanta minuti di energia contagiosa che senza tacere i momenti di frustrazione, restituiscono alla parola utopia il suo slancio vitale troppo spesso dimenticato.
Cinque anni di documentazione, riprese, upgrade, per un film finalmente (non) pronto, ancora – eternamente? – in fieri. In presa diretta su una realtà in continuo divenire – non a caso non si conclude con il primo concerto ma con una jam-session che arricchisce la mappa della creatività di musicisti nuovi – il film va realizzandosi insieme al proprio soggetto, alla ricerca (ma la parola non rende giustizia alla naturalezza del risultato) di un cinema verità che non (ri)costruisce gli eventi ma li vive, su una vespa o tra i manifestanti. Lo sguardo tiene dietro al pensiero che tiene dietro alla vita, in una simultaneità ammirevole che spiega certe annotazioni ironiche in equilibrio tra la spontaneità dell’in e l’intervento del fuori campo, tra la battuta di un protagonista e la posizione della macchina da presa: guardare per credere tutta la sequenza di Raul “Cuervo” Scebba, che ha fatto di un garage (“una mezza porcheria all’argentina”) la propria casa e il proprio laboratorio di suoni.
Cinema di immediatezza rapinosa (i cugini del Rajastan che con il dialogo sulla città eterna farebbero concorrenza a Totò e Peppino) e insieme di messa in scena controllata (i siparietti musical che contaminano Bollywood con la classicità dei Trofei di Mario, Astor Piazzola con i ballerini cinesi), L’orchestra di Piazza Vittorio si muove tra l’incoscienza di chi non sa come andrà a finire e la consapevolezza (o forse la preveggenza) dell’ottimismo della volontà. E scioglie questi e altri ossimori – cinema del reale scritto da quattro sceneggiatori (“come fare la telecronaca prima di una partita di calcio”), film fatto ma non finito – in un risultato capace di astrarre il generale dal particolare. Si scrive Esquilino e si legge Roma. Si scrive Roma e si legge Italia: sospesa tra minacciose manifestazioni xenofobe – immigrati di ieri contro quelli di oggi – e sit-in contro la Bossi-Fini, tra proclami irredentisti dal sapore dannunziano (piazza Vittorio tornerà italiana, come ai tempi di Trento e Trieste!), e sberleffi liberatori (siamo incazzati bianchi!). Ma non pensate a un maestrino che voglia impartire la lezione, o a un parroco in vena di prediche: non è la sociologia spicciola a interessare Ferrente, ma la ricchezza umana dei suoi protagonisti, l’ostinazione di Tronco e le storie minime di uomini che si muovono spesso sul filo della legalità. Mentre racconta di loro, parla anche di qualcun altro: di qualcuno che – alle rimostranze di un musicista indiano poco incline a suonare con gli altri – dà per scontato che si tratti di un problema di caste, e invece quello si sente semplicemente l’Uto Ughi del proprio strumento: questione di ego, altro che di paria! Insomma parla di se stesso, forse involontariamente. Ma la scelta di non farsi sconti in sala di montaggio, quella è volontaria: l’ennesimo atto di onestà di un film che di onestà ne ha da vendere.
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