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INLAND EMPIRE

di David Lynch
 
Sceneggiatura: David Lynch
Scenografia: Melanie Rein
Costumi: Karen Baird, Heidi Bivens
Montaggio: David Lynch
Musiche: Angelo Badalamenti
Interpreti: Laura Dern, Jeremy Irons, Harry Dean Stanton, Justin Theroux, Scott Coffey, Julia Ormond
Produzione: INLAND EMPIRE productions- David Lynch, Mary Sweeney
Distribuzione internazionale: StudioCanal
Distribuzione italiana: Bim
Nazionalità ed anno: USA/Polonia/Francia, 2006
Durata: 168’
INLAND EMPIRE
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Benvenuti nel favoloso mondo di David Lynch. Un mondo alogico, referenziale, autoreferenziale. Un’opera mastodontica e complessa, INLAND EMPIRE, ma con un suo significato superiore, che scaturisce dalla libera associazione di idee con cui è stato concepito e che sarebbe un errore (peraltro commesso frequentemente) cercare in ciò che si vede.
La struttura dei film di Lynch è a ben vedere molto classica, a differenza del contenuto. Anche qui c’è un prologo che svela il senso del film come avveniva in Velluto Blu e Mulholland Drive. La descrizione di un mondo finto e autoreferenziale, con personaggi che cercano una via d’uscita (e i cattivi "un modo per entrare") e il ri - utilizzo consapevole di materiale sperimentale girato da Lynch per il suo sito a pagamento, dall’inquietante sitcom Rabbits (con Laura Harring e Naomi Watts) a quel progetto tante volte annunciato chiamato Axxon N., che ora scopriamo finalmente essere una radio – soap che scaturisce da un gracchiante disco in vinile. Ma anche Darken’d Room, un cortometraggio poco noto del 2002 di cui ritornano temi e inquadrature.
Un prologo che crea un mondo a parte, ed evoca l’intento del film: volerne uscire. Un percorso opposto a Mulholland Drive: il tentativo di ritornare alla realtà partendo da una situazione impazzita, da una “strada perduta.” Dopodiché seguiremo (e molto a lungo) Laura Dern, seviziata e omaggiata al tempo stesso dal suo regista – mentore in due ore e quarantotto ardue e fumose, che iniziano idealmente dove Mulholland Drive era finito, ossia dalla destrutturazione di un mondo inizialmente normale. Qui di normalità ce n’é poca sin dall’inizio, e la giustificazione della finzione cinematografica per momenti e situazioni “slegate” è l’unico appiglio che ha lo spettatore, peraltro ben presto privato anche di quello. Il punto di svolta della sceneggiatura, infatti, sballotta la protagonista e lo spettatore in un gioco di scatole cinesi senza via d’uscita né punti di riferimento, catatonico e sempre uguale, che parla il linguaggio dei sogni. Percorso che la Dern non saprà portare a termine: la sua è una fuga impossibile dall’unico mondo possibile, quello della fantasia di David Lynch. Laura Dern si rivela un tramite, un alter ego che lotta per la salvezza di qualcun altro. Ecco spiegato un finale beffardo e memorabile, in una stanza piena degli ospiti di questo “strano mondo”, dove c’è posto anche per Laura Harring e, sorpresa, per Nastassja Kinski, il cui fulmineo cameo mette in secondo piano quelli di Diane Ladd e dell’onnipresente William H.Macy (presente qui a Venezia in vari titoli).
Un lavoro imponente e dal fascino perverso, e insieme ambiziosa esplorazione nei meandri dell’inconscio portata al punto di non ritorno. Certo la visione non è per tutti i gusti: la totale abolizione di ogni logica e legame tra le scene (e le quasi tre ore di durata) provano lo spettatore, che solo alla fine potrà disporre di una chiave di lettura per rileggere tutto a posteriori. E aver girato il tutto in DV non giova certo alla fruizione: alcune inquadrature, con i bianchi e le luci sparate, mettono tristezza per come avrebbero potuto essere rese su pellicola.
Lynch saprà giustificare a posteriori: una messa in scena “sporca” serve a rendere il prodotto più sgradevole. Ma se inficia la regia, costringendolo a ricorrere fino all’abuso ai primissimi piani dei personaggi per nascondere il più possibile gli sfondi, allora viene da chiedersi se questa abiura (pare definitiva) per il 35mm sia stata davvero la scelta giusta. 
Un mystery movie che ha come protagonista una donna nei guai, ma anche un attore che entra in un cast di un grande film, in cui interpreta un gentiluomo del sud…
Il tutto ambientato in un quartiere residenziale in una vallata alle porte di Los Angeles.
Nasce il 20 gennaio 1946 a Missoula, Montana. Introverso e defilato, Lynch ha creato un suo stile unico ed inconfondibile, con le trame grottesche dei suoi film, un mix surreale di magia e disgusto. Dopo aver studiato disegno alla Pensylvania School of Fine Arts, si dedica alla realizzazione di cortometraggi; in seguito l’American Film Institute gli offre l’occasione di realizzare il suo primo film, Eraserhead, che diventa un cult nei circuiti cinematografici underground. Può così girare The Elephant Man, che è un grande successo di critica e di pubblico e ottiene sette candidature all’Oscar. Il film successivo, che ebbe un effetto disastroso al box office, è la trasposizione della serie di romanzi di fantascienza Dune; ritorna al successo con Velluto blu, affermandosi definitivamente come autore. Si avventura nella televisione, sia per una pubblicità per Calvin Klein sia per la serie capolavoro Twin Peaks. Il suo film successivo, Cuore selvaggio, viene premiato con la Palma d’oro al Festival di Cannes, seguono Strade perdute e Una storia vera. Per il suo ultimo film Mulholland Drive ha ricevuto un’altra nomination come Miglior Regista e il premio della giuria al Festival di Cannes. Lynch è anche fotografo, musicista e pittore. Sua figlia Jennifer nel 1992 ha scritto e diretto il film Boxing Helena.
Filmografia:
1977 Eraserhead – La mente che cancella
1980 The Elephant Man
1984 Dune
1986 Velluto Blu
1990 Cuore selvaggio
1992 Camera d’albergo (2)
1992 Fuoco cammina con me
1996 Strade perdute
1999 Una storia vera
2001 Mulholland Drive
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