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PARADISE NOW

di Hany Abu-Assad

Soggetto: Hany Abu-Assad, Bero Beyer
Sceneggiatura: Hany Abu-Assad, Bero Beyer
Fotografia: Antoine Héberlé
Montaggio: Sander Vos
Musiche: Jina Sumedi
Scenografia: Olivier Meidenger
Costumi: Walid Maw’Ed
Interpreti: Kais Nashef, Ali Suleiman, Lubna Azabal,  Amer Hlehel, Hiam Abbass, Ashraf Barhom, Olivier Meidenger, Mohammad Kosa, Mohammad Bustami, Ahmad Fares
Produzione: Bero Beyer per Augustus Film, Razor Film, Lumen Film
Distribuzione: Lucky Red
Nazionalità ed anno: Germania/Olanda/Francia, 2005
Durata: 98’
PARADISE NOW
4
Le ultime 48 ore di due ragazzi palestinesi, amici sin dall’infanzia, scelti da un’organizzazione terroristica per un attentato kamikaze in Israele. Questo racconta Paradise Now, di Hany Abu-Assad, premiato da Amnesty International al Festival di Berlino ed ora candidato agli Oscar per la Palestina come miglior film straniero.
Bello ed intenso. Poco meno di un’ora e mezzo per raccontare due giorni di una vita allo scadere, fatta di occupazione, posti di blocco, umiliazione e disperazione.
Senza indagare troppo sulle ragioni della scelta fatta dai due ragazzi, nella prima parte del film Abu-Assad ci mostra la solenne iniziazione a kamikaze fatta di rituali: il bagno, la rasatura, l’ultima cena, il testamento, la “vestizione”. E con poche, semplici riprese ci tiene incollati alla sedia per passare poi ad un messaggio più intensamente umano e politico in cui le ragioni di ognuno, anche se non arrivano ad essere giustificabili, almeno sono comprese. Ed è comprensione alla fine quella che si prova per chi decide di non cambiare la strada intrapresa, riconoscendola come segnata, così come si comprende, con più facilità, chi, fatti i conti con una coscienza meno assoggettata dalle violenze dell’occupazione, arranca alla ricerca dell’alternativa nella lotta civile. Un soggetto sicuramente politico e di conseguenza di difficile malleabilità che Abu-Assad ha trattato con giusta coscienza, rendendolo oggettivamente equilibrato senza mai scivolare nel fanatismo, nemmeno accennato. Merito non da poco in un film inevitabilmente di parte che innesca, anche nello spettatore meno propenso alla comprensione, il germe del dubbio, la riflessione su cosa porti ad una decisione così drastica da essere disumana. Capita così che ai titoli di coda il pubblico si trovi nella delicata posizione di chi razionalmente rigetta una scelta del genere comprendendone però l’origine. Si tratta di identificazione, innegabile in qualsiasi forma la si voglia vedere. Proprio ciò che rende questo film bello ed importante.
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