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YI NIAN ZHI CHU / DO OVER - L’INIZIO DI UN ANNO
di Yu-Chieh Cheng
Sceneggiatura: Yu-Chieh Cheng
Fotografia: Jake Pollock
Montaggio: Po-wen Chen, Chuen-Hsiou Liu
Musiche: Giong Lim
Interpreti: Zong-Hua Tuo, Ching-Guan Wang, An-An Shu, Chien-wei Huang, Ying-Shuan Kao, Yu-Luen Ko, Rong-Rong Chang
Produzione: Top Film Corporation, Leader Entertainment Corporation Ldt
Nazionalità ed anno: Taiwan, 2006
Formato: 35mm, col.
Durata: 113’
3
Il giovane esordiente Yu-Chieh Cheng (non ha neanche trent’anni) stupisce e ottiene consensi alla Settimana Internazionale della Critica con il suo talento visionario e la capacità di giocare con i piani temporali, riuscendo dove altri, pur sotto altri aspetti, hanno fallito clamorosamente (Aronofsky, per esempio). Un’ottima opera prima, cui si può senz’altro perdonare qualche ingenuità, dovuta alla giovane età e alla poca esperienza maturata.
Dal punto di vista visivo, Nian Zhi Chu è avvincente ed emozionante: lo stile raggiunge sorprendenti punte di astrazione, specie nel combattimento (girato con la macchina da presa “appoggiata” a una spalla del protagonista, un modo originale di concepire la ripresa “di quinta”) e le molte scappatoie lisergiche della trama – uno dei protagonisti è un giovane spacciatore - sono sempre ben servite. Immaginazione e realtà si fondono fin dalla primissima parte, riuscendo nella difficile impresa di portare il magico nel reale (l’impacciato e innamorato Pang ferma il tempo, almeno per un secondo) e lascia intendere che ognuno dei personaggi potrebbe cambiare il proprio destino, se solo lo volesse. La molteplicità – e diversità -dei luoghi rappresentati è supportata da scelte di fotografia sempre indovinate: privilegia le luci al neon negli esterni notturni taiwanesi, ma sa declinarsi anche in atmosfere livide (le scene della spiaggia) e riesce a sorprendere con dei bianchi sparatissimi nei giusti momenti.
Narrativamente ci troviamo di fronte a un intreccio impazzito, con una struttura circolare molto complessa costruita su ripetizioni temporali (quelle tanto care a Tarantino, per intenderci) ma che non disdegna di mostrare anche interessanti aberrazioni, talvolta confondendo le acque a tal punto da risultare di difficile comprensione. Un mosaico intrigante, composto da storie apparentemente distanti e senza punti d’incontro, che si ricompone soltanto alla fine, a volte con una naturalezza che lascia stupefatti, altre con forzature che si potevano senz’altro evitare. Affascinante ma difficile da gestire, qua e là sfilacciato; e l’ampia parentesi metacinematografica ottiene l’effetto indesiderato di lasciare lo spettatore con l’amaro in bocca, dopo una lunga serie di finali a montare un’attesa infine parzialmente frustrata.
Un giovane regista è alle prese con il controverso finale del suo film e con il fratello maggiore, boss della mafia cittadina, che si sente minacciato da tutti; un timido assistente sul set cerca di dichiarare il suo amore alla star del film; uno degli uomini del boss, immigrato clandestino, vuole che gli sia finalmente dato il passaporto per andare a trovare il padre malato; un piccolo spacciatore trascorre la notte di capodanno in discoteca, sospeso tra droghe e vuoti di memoria, mentre una sua amica incontra il giovane regista e si spinge con lui in un viaggio fuori dalla realtà… Il destino di tutte queste persone è in bilico sulla notte di capodanno, sospeso tra ciò che è stato e ciò che sarà delle loro vite.
Un dramma trasversale che si spinge sulle ventiquattrore dell’ultimo dell’anno, tenendosi sospeso sul paradosso esistenziale di un pugno di personaggi aggrappati ai propri desideri, ai timori, agli atti mancati e ai rimorsi immaginati. L’intreccio tiene insieme in un’ottica complessa le pulsioni di generi anche divergenti, tra romance, yakuza e quant’altro. Il cinema offre a questo giovane regista il set su cui mettere in scena il destino di figure che vivono nel timore di non vivere, amano pensando di non amare, fuggono credendo di restare, aggrappate a atti non compiuti, a identità non definite, ad attese mai del tutto realizzate né tradite. Lo stratagemma del film nel film non si esaurisce nel gioco speculare tra realtà e desiderio, ma si offre al bisogno del regista di mettere in scena i suoi personaggi nel doppio registro delle loro potenzialità esistenziali, dove ogni nuova scena è una possibilità di rinascita. Un esordio segnato da un ritmo notturno e magmatico, in cui le accelerazioni e le sospensioni, la dolcezza e la crudeltà vanno di pari passo. Bagliori di neon, fughe psichedeliche, corse in macchina felliniane, figure enigmatiche, amicizie che finiscono nella luce fredda dell’alba, incontri che si schiantano nella prospettiva di un futuro enigmatico come la faccia oscura della luna: Do Over è un esordio di grande maturità stilistica ed espressiva, baciato da una fotografia capace di definisce contorni e spessore delle scene e delle figure, e non privo di virtuosismi sia narrativi (il turnover tra spazio e tempo) che visivi (il pestaggio in pianosequenza soggettivo). Presentato al Festival di Taipei, il film ha vinto sia il premio per il miglior film che quello del pubblico.
Cheng Yu-Chieh è nato nel 1977 e ha diretto due cortometraggi (Babyface, 2000, e Summer Dream, 2001) mentre studiava economia alla National Taiwan University. Summer Dream è stato presentato ai festival di Vancouver, Pusan e Tokyo. Yi Nian Zhi Chu - Do over è il suo primo lungometraggio.
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