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A GUIDE TO RECOGNIZING YOUR SAINTS - UNA GUIDA PER RICONOSCERE I TUOI SANTI

di Dito Montiel

Sceneggiatura: Dito Montiel
Fotografia: Eric Gautier
Montaggio: Christopher Tellefsen, Jake Pushinsky
Musiche: Jonathan Elias
Interpreti: Robert Downey, Jr., Shia LaBeouf, Chazz Palmintieri, Diane Wiest, Rosario Dawson, Channing Tatum
Produzione: Xingu Films Productions, First Look Studios
Distribuzione Internazionale: First Look Studios
Nazionalità ed anno: USA, 2006
Formato: 35mm, col.
Durata: 98’
A GUIDE TO RECOGNIZING YOUR SAINTS - UNA GUIDA PER RICONOSCERE I TUOI SANTI
3 e mezzo
Un’opera prima onesta e a tratti avvincente, piena di intensità e di vita vissuta, come nei migliori prodotti sfornati, prima ancora che dal talento, dalla buona fede. L’opera prima (e autobiografica) dello scrittore Dito Montiel è un melodramma “metropolitano”, duro e arrabbiato, che gioca efficacemente con il registro comico (ma non troppo) e quello drammatico.
Il primo, affidato a una raffica di gag verbali dal compiaciuto tono scurrile, accompagna Dito e gli amici del quartiere in ogni circostanza: il modo più catartico per fregarsene, peraltro in apparenza, del marcio e dello squallore che li circonda e che per molti (ma non per Dito) sarà una gabbia da cui è impossibile evadere. Il registro drammatico è invece l’ossatura dell’intero film, imperniato principalmente sul rapporto interrotto tra Dito e il padre a causa del particolare affetto che nutre verso il figlio e che inevitabilmente si tramuta in cecità di fronte alle sue esigenze.
Inevitabilmente, il piccolo miracolo di un lirismo magico e pieno di emozione riesce solo a metà, ossia quando i protagonisti adolescenti sono alle prese con gli avvenimenti che sconvolgeranno le loro esistenze. Le carte migliori sono giocate qui, ben supportate dalla fotografia, dagli attori in stato di grazia (incredibili i ragazzini), da scelte di regia non banali e funzionali; mentre convince meno la seconda parte, con la risoluzione del rapporto con il padre sfiorata e non compiuta, e una sottile sensazione di superfluo o di attori sprecati (Dawson e Downey jr.) al servizio di un epilogo breve e un po’ semplicistico. Come se il presente avesse ben poco da aggiungere al passato (ma in quel caso, allora, meglio non mostrarlo).
Ma resta comunque il magone, usciti dalla sala. E il film azzecca i toni giusti per restare in mente, a lungo.
Dito è un giovane scrittore che vive in California, lontano da New York, dove è nato e cresciuto nel quartiere di Astoria, Queens. Una telefonata della madre lo richiama a casa, dove ad attenderlo ci sono il non risolto rapporto conflittuale con il padre malato, l’ormai superata storia d’amore con Laurie e soprattutto i fantasmi dell’estate del 1986, quando, poco più che adolescente, scorazzava per le calde strade del quartiere con gli amici Antonio, Giuseppe e Nerf. Fu in quei giorni, vissuti nel segno degli affetti mancati e della rivalità con una banda di ragazzi neri, che il destino di Dito e dei suoi amici si risolse in una serie di drammatici eventi che avrebbero segnato per sempre le loro esistenze.
 
Gli anni Ottanta, l’ombra del quartiere, gli umori irrequieti della giovinezza che si libera dall’adolescenza, i primi amori che si lasciano turbare dal sesso, la sfida dell’affetto degli amici, la fedeltà alla banda, il riflesso opaco della famiglia, l’amore della madre e del padre, il guscio protettivo del vicinato che si rompe nella violenza incombente della strada… Nell’opera prima che Dito Montiel ha tratto dalle sue memorie c’è tutto l’apparato dell’autobiografia che si fa ricordo seguendo le tracce del tempo tradito. Ma se lo schema è quello classico (le culture e i caratteri del melting pot, tra italiani, irlandesi e neri), lo sguardo che questo esordiente adotta è capace di trascrivere con una sensibilità davvero sorprendente la flagranza dei sentimenti e delle emozioni, che rende vibrante e libera da manierismi la ben nota traccia della rievocazione. Adottando una struttura narrativa che guarda agli eventi rievocati attraverso la trasparenza del tempo presente, Dito Montiel riesce a spiazzare la semplicità del flashback in un rapporto con i ricordi che, per quanto drammatizzati nella messa in scena, risuonano sempre di umori troppo autentici per essere traditi nelle formule o negli schemi affettuosi del “graffito” cinematografico. Prodotto da Sting e da sua moglie Trudie Styler, A Guide To Recognizing Your Saints porta all’esordio un giovane regista newyorkese dal talento innato, scoperto da Robert Downey, Jr. in un reading californiano delle sue memorie di quartiere e da lui spinto sul set di un’opera premiata per la regia all’ultimo Sundance Film Festival. Oltre a Robert Downey, Jr., che interpreta il protagonista da adulto, al film danno il loro formidabile apporto anche Chazz Palmintieri, Dianne Wiest e Rosario Dawson.
Dito Montiel è nato e cresciuto ad Astoria, nel Queens newyorkese. Espulso da scuola, fa ogni tipo di lavoro (da venditore di frutta e noccioline a dogsitter) e si accosta alla musica hardcore, cantando in una band della scena newyorkese. Trasferitosi in California, scrive e pubblica le sue memorie, che durante un reading attirano l’attenzione di Robert Downey, Jr. Accettato nei corsi di sceneggiatura e regia del Sundance Institute, dove qualcuno l’ha iscritto a sua insaputa, Montiel sviluppa qui il progetto di questo suo primo film.
SIC
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