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OSCENITÀ
Quell'oscuro oggetto del desiderio...
Quello di Renato Polselli è un cinema marginale per vocazione, legato alla distribuzione regionale (da qui le numerose versioni esistenti di ogni sua opera) e votato alla non-visibilità quasi in modo sistematico. I suo film sono, tutt'oggi, di difficile reperibilità, privi di un director's cut (e pertanto di difficile classificazione e valutazione), più volte sono stati bloccati dalla censura, rimontati, ri-doppiati, epurati di alcune scene e infarciti di inserti provenienti da altri film, ri-editati, a distanza di anni, con inserti hard e infine occultati, nascosti, dimenticati, quasi come a non voler ri-vedere opere sì bizzarre ed eccentriche, talvolta ridicole e noiosissime, ma anche vitali, argute, spregiudicate e persino "politiche" nella loro ingenuità consapevole. Oscenità, film "gemello" di Rivelazioni di uno psichiatra sul perverso mondo del sesso, appartiene di diritto ai film "perduti", inseguito dai collezionisti di mezzo mondo e la cui fama (s)cult è nettamente inferiore al contenuto del film: appesantito da una insostenibile logorrea dei protagonisti, condito da improbabili disquisizioni pseudo-filosofiche sul ruolo della donna, squarciato da improvvisi lampi orrorifici e taglienti, percorso da un malessere continuo e disturbante, è probabilmente, uno dei primi film italiani che contiene scene hard girate con gli stessi attori del film (e dunque non insertate successivamente) e ha una storia produttiva contingente a molte opere del regista.
Ricorda Renato Polselli: "Devo dire però che in quasi tutte le mie pellicole, anche quelle che ho diretto negli anni settanta, è presente un tentativo di denuncia. Oscenità, che inizialmente doveva chiamarsi Quando l'amore è oscenità, venne respinto dalla censura perché, come tanti altri miei lavori, portava avanti un discorso contro il potere e contro i tabù che quest'ultimo è interessato a perpetuare e consolidare all'interno della società. In particolare, in Oscenità (negli episodi su Girolamo Savonarola e Galileo Galilei), mi scagliavo contro l'oscurantismo della Chiesa cattolica, ma la censura, come ho già detto, mi bocciò il film e io fui costretto a modificarlo e a farne un prodotto "femminista", a favore delle donne e del loro diritto a non essere vessate dal maschio" (Andrea Di Francesco e Giuseppe Policelli per "Nocturno Cinema n°2" - nuova serie - Dicembre 1996. pag. 75). Per fare ciò Polselli, non opera né tagli né particolari stravolgimenti (nella versione del 1980 spariscono gli episodi su Girolamo Savonarola e Galileo Galilei), semplicemente fa ri-doppiare il film (e infatti è spesso visibile come il labiale non corrisponda alle parole pronunciate) perché come ancora egli stesso ricorda: "Il problema non erano tanto le scene spinte, perché quelle trovavi sempre il modo di reinserirle; il dramma nasceva quando ti bocciavano la tematica del film, come è successo un paio di volte a me"(ibidem). Per realizzare Oscenità (nella prima versione) dunque, il regista parte da un presupposto ben preciso, che in fondo è sempre stato quello che ha guidato la realizzazione dei suoi film: "Non bisogna dimenticare che i poteri religiosi si sono impadroniti del pudore della massa popolare e li hanno travolti convincendoli che osceno era tutto quello che non stava bene al potere".
La premessa "politica" della sua opera, venendo in contatto con le maglie censorie si trasforma in furia iconoclasta: egli espone l'osceno in maniera esponenziale (rispetto ai tempi, Oscenità è del 1973, ma esce solo nel 1980), senza lesinare su situazioni scabrose (nel film è presente un reale amplesso zoofilo con un mulo), senza arretrare di fronte all'immostrabile (l'orgia violentissima e grottesca che chiude il film), senza rinunciare alla pornografia inserita in un contesto narrativo (l'amplesso lesbico), e senza rinunciare alle sue ossessioni (la psichedelia e la sperimentazione). Quello che esce fuori da questi presupposti è un film privo di sceneggiatura, libero di orchestrare salti temporali e spaziali (che in ogni altro film sarebbero degli errori grossolani), anarchico e sperimentale nell'applicare codici della nouvelle vague come quello di far interloquire gli attori con il pubblico in sala, o tra di loro a distanza di tempo e in luoghi diversi, o addirittura tra spettatore del cinema e attore sullo schermo, compiendo un mirabolante exploit meta-cinematografico. Utilizza l'attrice Mireille come archetipo della donna e vi costruisce attorno una sarabanda di eventi che, da un lato pescano a piene mani tra le pagine più oscure della storia e dall'altro dalla sexploitation più spinta e volgare: l'intento illusorio è quello di impostare una critica feroce del maschilismo attraverso i secoli, il risultato oggettivo è una delle opere più "incredibili" mai realizzate in cui Caravaggio va a braccetto con l'hard, la parafilia è ormai divenuta norma e accettata socialmente, la violenza e la tortura un gioco per ricchi annoiati e l'educazione dell'infanzia la causa scatenante degli orrori dell'età adulta. Utilizza attori che si prestano a tutto, comprese le insostenibili o risibili, (a seconda dei punti di vista) masturbazioni femminili con coltello e candela accesa, che non recitano ma danno vita ad un carnevale isterico e sovraeccitato in cui, persino le parole pronunciate non hanno più senso se messe in relazione ai gesti inconsulti e istintivi messi in atto.
In una riunione guidata da un certo Dottor Roberts (Isarco Ravaioli) che dovrebbe essere una specie di terapia di gruppo, alcuni uomini e alcune donne si presentano come persone che hanno "approfittato" della bella Mireille (Mirella Rossi) e spiegano le loro ragioni perverse, mediate dall'aiuto dello psichiatra che li guida all'interno dei comportamenti perversi e delle loro motivazioni, analizzando l'intera storia del genere umano, prima di portarli a scatenarsi in un'orgia furiosa che sa tanto di pena del contrappasso.
I titoli di testa scorrono su immagini amatoriali, quasi un super-8 ricordo della vacanze al mare, su un tappeto sonoro di musica classica. Il film si apre con un uomo di mezza età che entra dentro una sala dove si proietta un film erotico (con protagonista Mireille), si siede vicino ad una ragazzina e comincia a molestarla, fino a quando, questa, indispettita si alza e se ne va: il tutto senza che venga pronunciata una sola parola. Subito dopo, Marlon, l'attore che nel film sullo schermo possedeva Mireille, così si rivolge a lei nella realtà: "La finzione della scena è stata bruciante, mi sei rimasta sulla pelle; non esiste una sola ragione perché io rinunci a te...", e d'improvviso la importuna, lei si dimena e fugge, lui la insegue prima nei boschi, poi sulla strada mentre lei, mezza nuda, si fa dare un passaggio da un passante a cui chiede di essere protetta. Questi, una volta appartatisi con lei ne approfitta e tenta di violentarla; poi d'improvviso compaiono due guardoni, che prendono la donna e mentre uno la violenta l'altro immobilizza il malcapitato autista. Polselli costruisce la scena su un curioso montaggio parallelo con cui sovrappone gli stessi gesti della violenza sulla donna con quelli di quella sull'uomo, creando un effetto straniante e depotenziando la violenza dello stupro. Con un brusco stacco il film si introduce in una abitazione barocca al cui tavolo sono riuniti alcuni bizzarri personaggi, mentre Mireille si rivolge a loro così: "E chiedo a voi per quale ragione io e tutte le altre si debba sottostare a continue violenze mentali e fisiche, perché è certo che se le avete fatte a me non le avete risparmiate a nessuna di quelle che avete incontrato".
Quello che interessa a Polselli, una volta snaturata la sua opera per mere questioni censorie è mostrare, provocatoriamente, come la società dall'immagine (ancora di li a venire, ma qui anticipata dalla presenza di Mireille come archetipo femminile il cui corpo è sfruttato e vituperato sul lavoro, nella vita e nella finzione...) costruisca i suoi modelli in funzione della naturale e successiva distruzione degli stessi. Il maschio, nel suo ruolo sociale abusa del potere acquisito per vessare la femmina (e Polselli, volutamente, declina i generi proprio in base a categorie animali). Tra ricordi bizzarri e puerili emerge con forza l'episodio raccontato dall'avvocato in cui la povera Mireille, per soddisfare le inclinazioni sadiche dell'uomo, è costretta a immergersi in una vasca di acqua ghiacciata, per poi essere imprigionata nella stessa, con una lastra di vetro. La scena è scioccante, fortemente realistica al punto che il regista sembra spingersi fino alle estreme conseguenze, mostrando il volto della donna stravolto e immerso nell'acqua, e la lastra che lentamente si appanna fino ad occultare il viso di Mireille. Il Dottor Roberts arringa gli astanti con un monologo sulla discriminazione sessuale che si chiude con la frase: "Il mestiere di donna, così tramandatoci, è umiliante, così come è umiliante la condizione dell'uomo padrone". Frase che funge da preambolo al successivo excursus sulla sessualità attraverso i secoli, che si apre con le immagini di un "paradiso terreste" con uomini e donne sdraiati sui rami degli alberi che improvvisamente scendono dagli stessi e cominciano ad accoppiarsi gioiosamente.
Il richiamo all'equilibrio della natura è visualizzato dal regista attraverso una delle immagini più belle (e studiate) del film: l'amplesso, carnale e muscolare tra un uomo e una donna dal fisico statuario, illuminato con luce caravaggesca e stagliato su un fondo nero come la notte. A questo inno alla libertà, alla purezza e naturalezza della sessualità, segue una serie incongrua di vicende che vedono al centro la donna come vittima di vessazioni o torture; l'immagine bunueliana di una donna nuda lapidata con sterco di cavallo si sviluppa in modo prolungato mentre il dottor Roberts spiega in voce-off: "Iniziò così la vittimizzazione della donna, la quale più che mai identificata col sesso divenne vittima sacrificale di tutte le sette demoniache...". Attività settaria mostrata con dovizia di particolari scabrosi a seconda dei casi: una donna che si masturba con una pietra a forma di fallo, un'altra che simula nuda un amplesso con il tronco di un albero, un'altra ancora che dopo aver espletato le sue finzioni corporali per purificarsi si offre da dietro al suo "sacerdote". Tornando all'attualità Polselli sviluppa nella sequenza successivo un discorso che gli è molto cario: quello della mercificazione del corpo femminile da parte dell'industria dell'immagine. Per dare forza e impatto alle sue tesi il regista mette in scena quella che è da considerarsi (forse) la prima scena hard del nostro cinema: un amplesso lesbico tra due strippers che poco prima si sono prodigate in spogliarelli, amatoriali e caserecci, davanti alla telecamera di qualche emittente privata per soddisfare il palato greve dei suoi spettatori. Quello che interessa dire al regista è però qualcosa di ben più profondo rispetto alla semplice esposizione di pelle. Polselli mostra come la macchina da presa, altro non sia che un fallo meccanico-elettronico pronto a spingersi nell'intimità di chi gli sta davanti: intimità che non è solo quella degli orifizi sessuali (del tutto innocua agli occhi del regista) bensì quella di carpire il vissuto privato delle esistenze per esporle al pubblico ludibrio (qui Polselli si dimostra "geniale" decenni prima dell'arrivo dei reality).
La lunga sequenza dell'indagine/inchiesta sui costumi sessuali degli italiani e sulla consapevolezza del valore della sessualità serve al regista, da un lato per svelare l'ipocrisia imperante tradotta a parole nelle interviste rilasciate dai passanti e mostrata attraverso le loro misere esistenze domestiche in cui regnano il silenzio, la solitudine, l'alienazione e in cui il sesso, nelle sue forme più bieche e grevi (una donna si offre al marito solo per rapporti anali, per non avere figli) è l'unico collante in grado di tenere insieme famiglie in disfacimento. La declinazione di questi bozzetti è di matrice parodistica ma riesce ad essere efficacie proprio grazie al realismo (volutamente) amatoriale con cui sono girati. Emblematico del connubio distonico tra sexploitation e arte presente nel cinema di Polselli è l'episodio che ammicca ironicamente ai film di bikers, in cui dei non più giovani motociclisti si dividono una giunonica donnetta (scena in cui è presente una penetrazione hardcore), e in cui il regista "gioca" a fare il Godard della situazione mettendo in bocca alla ragazza intervista questo monologo in "vernacolo": "Povero baby, c'ha i sentimenti lui. Ficcateli nel culo! Con le filmate figli famiglia my darling i love you ci avete inculate per un mucchio di secoli. Adesso flippate! Il superotto dal pulpito! Sprintate alla Goldrake! Il primo me l'infico, l'ultimo s'impasticca col guardà!". Improvvisamente poi, il film si apre ad uno di quegli squarci orrorifici (e in questo caso realmente rivoltanti) tipici del regista, utilizzati come una sorta di "sveglia" verso lo spettatore intorpidito e assuefatto dalla perenne esposizione di nudità. Un uomo di spalle, vestito di pelle nera, inquadrato a mezza figura dichiara: "A me le donne non interessano, mi eccitano solo... i bambini; li spio ovunque per poter cogliere il momento giusto... per mettergli le mani addosso..." Pochi fotogrammi alternati a quelli "spiati" di bambini che giocano in un parco rendono la scena disturbante, disgustosa, inutile e difficilmente dimenticabile.
Il film si chiude con una sequenza psichedelica di "esperienza diretta" in cui gli ospiti del dottor Roberts si rivelano essere dei sessuofobi, malati di perversione e si prodigano in una violentissima orgia collettiva in cui le donne simulano la sodomizzazione del maschio mentre si abbandonano ad un amplesso lesbico, l'avvocato frusta a sangue le commensali e le costringe ad accoppiarsi tra loro, e Mireille si graffia il corpo nudo facendolo sanguinare copiosamente per poi abbandonarsi ad una feroce masturbazione con la candela... L'immagine plastica, percorsa dalla luminescenza di gelatina colorate, con una donna nuda sul tavolo in posizione statuaria e il Dottor Roberts rivolto verso gli spettatori è l'ultima del film, e quando Mireille, ormai esausta e sfatta, gli chiede: "Dell'odio verso il mio corpo che mene faccio?", il Dottor Roberts replica: "Buttalo contro l'oscenità per ritrovarti nell'amore".



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