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PESARO 42_ FERNANDO BIRRI E L'AUSPICIO DI UN “NUEVO NUEVO NUEVO NUEVO… CINEMA ARGENTINO”

PESARO 42_ FERNANDO BIRRI E L'AUSPICIO DI UN “NUEVO NUEVO NUEVO NUEVO… CINEMA ARGENTINO”
“Ritrovarsi a Pesaro, soprattutto per noi argentini, significa veramente ritrovarsi a casa”, con queste parole il cineasta Fernando Birri ha salutato l’invito della 42° Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, che lo ha accolto in occasione della retrospettiva dedicata al valore e alla qualità del (sempre parole di Birri) “nuevo nuevo nuevo nuevo nuevo nuevo… cine latinoamericano”, ancora troppo sommerso dai casi crudeli della Storia e dalla labile memoria dell’umanità.
Cinema argentino che ha visto una sua naturale evoluzione distributiva proprio grazie alla lungimiranza profetica del Pesaro Film Festival, capace di ospitare negli anni Sessanta tanto lo straordinario debutto artistico di Fernando E. Solanas (L’ora dei forni) quanto quello di Leonardo Favio (Cronica de un niño solo, presentato come già detto alla prima mostra di Pesaro nel 1965). Dopo gli omaggi a Favio, a cui è stata dedicata un’intera retrospettiva, è oggi arrivato il turno di Fernando Birri e del suo ZA 05. Lo viejo y lo nuevo, un collage didattico e collettivo nel quale si confrontano le sequenze dei film della fondazione del Nuovo Cinema Latinoamericano e le tesi degli studenti della EICTV in questi primi venti anni di vita: “Ho voluto cercare delle risposte a tante domande che porto dentro, come tutti, domande che la realtà esterna mi pone; un cercare che non è mai un momento fine a sé stesso ma semmai in funzione di un permanente ritornare a chiedersi e a chiederci delle cose alle quali altre opere dovranno dare risposta”, ha spiegato il regista durante la tavola rotonda argentina che è seguita dopo la proiezione del film di Birri
Tavola rotonda che ha sancito l’aspetto di continuità, come ha spiegato Bruno Torri, “tra un vecchio cinema argentino – quello dei padri Solanas, Birri, Favio, da sempre scoperti e riscoperti dal Festival di Pesaro – e un nuovo cinema argentino che si pone nel solco della tradizione ma trova anche agganci stimolanti e creativi nei confronti della modernità e della attualità”. Un Paese dai mille sguardi in cui opera una cinematografia problematica, anzitutto da un punto di vista critico: “A più di dieci anni dall’esplosione della nuova generazione di registi, quella che sembrava essere una corrente cinematografica dai tratti definiti e comuni si è invece rivelata come una ondata multiforme e dinamica”, come ha illustrato il giovane ricercatore Daniele Dottorini. Una cinematografia peraltro accomunata da un‘idea di rinnovamento delle forme, di urgenza nel raccontare, di volontà di creare qualcosa che si ponga in una posizione di discontinuità con le generazioni precedenti. Un nuovo che parte, in molti casi, da zero: da budget ridotti o quasi inesistenti, da produzioni autogestite, da luoghi e spazi che per la prima volta emergono all’interno di un cinema che, nel corso degli anni ottanta, ha faticato a trovare una propria strada, una propria identità. Un fenomeno articolato, complesso e stimolante tanto per quello che riguarda le forme artistiche e i generi quanto per quello che concerne l’aspetto produttivo.
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