Menu principale

Login utente

Commenti recenti

Argomenti del forum attivi

Scambia informazioni

Syndicate content

HABEMUS PAPAM

di Nanni Moretti

Soggetto e sceneggiatura: Nanni Moretti, Federica Pontremoli, Francesco Piccolo
Fotografia: Alessandro Pesci
Montaggio: Esmeralda Calabria                                                   
Musiche: Franco Piersanti
Scenografia: Francesca Bizzarri
Costumi: Lina Nerli Taviani                     
Interpreti: Michel Piccoli, Nanni Moretti, Jerzy Stuhr, Margherita Buy, Renato Scarpa, Franco Graziosi, Camillo Milli
Produzione: Nanni Moretti, Domenico Procacci - Sacher Film, Fandango, Le Pacte, France 3 Cinema, in collaborazione con Rai Cinema
Distribuzione: 01 Distribution - Sacher
Nazionalità ed anno: Italia, 2011
Durata: 104'
Data di uscita: 15 aprile 2011
Titolo originale: id.

Sito ufficiale

HABEMUS PAPAM
4

Tanto cinema, nel nuovo film di Moretti cinque anni dopo Il caimano, prova cinematografica che ha vissuto più del clamore per il soggetto (marginalmente) trattato che non per il reale valore del film in questione. Cinema che fa gridare al capolavoro, forse perché le ultime prove degli autori italiani, sempre più ammiccanti al successo di cassetta (ne hanno ben donde, se vogliono continuare a far film), hanno trionfato al botteghino ma anche un po' disabituato al piacere del "bel" prodotto. E il nuovo film di Moretti è un "bel" film, che si ferma solo a pochi minuti dal capolavoro.

La crisi del cardinale Melville, eletto pontefice dal conclave, è la crisi dell'uomo spogliato delle proprie certezze, una volta resosi conto della propria inadeguatezza; magari dopo un equivoco che si è trascinato (a quanti capita?) per anni e anni. Su questo punto nodale Moretti imbastisce un film che fa della sospensione narrativa, paradossalmente, la sua vis narrante. L'incidente scatenante (e che incidente!) determina un limbo che viene dilatato a dismisura, dove i personaggi perdono progressivamente di significato una volta privi dei rituali (come i cardinali) e delle piccole cose quotidiane che essi stessi creano per dare un senso alla propria esistenza.
Un sottotesto tragico, da sempre, pirandellianamente imprescindibile per la costruzione di momenti ad alto tasso comico: e si ride molto, in Habemus Papam, grazie anche all'entrata in scena del demiurgo Moretti, unico essere consapevole del niente dietro il sipario della rappresentazione della vita. E per questo, fermamente determinato a riempirlo, anche con una assurda partita di pallavolo che entrerà nel gotha del citazionismo morettiano. Mai come stavolta, le trovate più surreali e "di rottura" riescono a fondersi con la parte narrativa senza stridere o apparire incongrue; viene da pensare a Buñuel (quanto c'è de L'angelo sterminatore, in quei cardinali e in Moretti stesso, impossibilitati a uscire dal Vaticano?) o al Melville più esistenzialista, che non a caso dà il nome al personaggio principale, il buñueliano Michel Piccoli che mette in pace alla sola vista l'anima di chi il cinema lo ama.
Il merito principale di Moretti è proprio questo: non inventare nulla, ma (servendosi di un citazionismo mai ingombrante) "radicare" alla perfezione ognuna di queste suggestioni nel desueto tessuto della commedia all'italiana, innovandola senza mai stravolgerla con la ferocia o la dissacrazione eterogenea dei primi anni, pregio e difetto dei suoi primi film.
Peccato solo, in un film curato al millimetro tematicamente e formalmente, per l'innata imperfezione strutturale alla base della sceneggiatura che quasi uccide il film, pochi minuti prima della fine. Tanti elementi messi sul piatto della bilancia, infatti, meritavano maggiore disamina e - ove possibile - una risoluzione: laddove per tale non va intesa una "strada maestra" da seguire come il Verbo, ma la semplice scelta (giusta o sbagliata che sia) del personaggio che Moretti ha deciso di farci seguire. E che, tragicamente al pari del dilemma cui è sottoposto, non sceglie, subisce, è passivo di fronte ad eventi e personaggi che, nel punto di svolta determinante ai fini della risoluzione della storia, "decidono" al posto di Melville in un (letterale) coup de theatre eccessivamente artificioso. Che tronca, a pochi minuti dal capolavoro, il filo di una riflessione senza tirare le somme, affidandosi alla spettacolarità e a un discorso finale che ribadisce quanto già detto in partenza. Che stupisce il pubblico cinematografico assiepato in piazza san Pietro, ma non chi ha seguito il buon Melville fino alla fine ed è consapevole di ciò che avverrà.
Ma anche se manca, proprio alla fine, il guizzo chapliniano del Grande dittatore, resta il piacere di un film che sollecita la mente e il cuore, e spinge a fermarci un attimo. Per interrogarci su dove la corrente, il vento, gli elementi stanno trascinando le nostre povere vite malgrado il timone sembri sempre, costantemente, nelle nostre mani.

accedi o registrati per inviare commenti