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SOY CUBA - IL MAMMUTH SIBERIANO
di Vicente Ferraz
Sceneggiatura: Vicente Ferraz
Fotografia: Tareq Daoud, Vicente Ferraz
Montaggio: Mair Tavares, Dull Janiel
Musica: Jenny Padròn
Interpreti: Luz Marìa Collazo, Sergio Corrieri, Alfredo Guevara, Aleksandr Kaltsatyi, Enrique Pineda Barnet, Salvador Wood
Produzione: Tres Mundos
Distribuzione: Fandango
Nazionalità ed anno: Brasile, 2004
Durata: 90’
4 e mezzo
Distribuito da Fandango (in 4 o 5 copie sul territorio nazionale), il 7 ottobre raggiungerà le sale il documentario di Vicente Ferraz sulla storia e la realizzazione di Soy Cuba (1964), prima pellicola coprodotta da URSS e Cuba che, per l’occasione, sarà possibile (ri)mirare sugli schermi. Come un fossile ritrovato scavando negli archivi della memoria, un “mammuth siberiano” - che in pochi, a dire il vero, ricordavano fosse mai esistito - viene dissotterrato grazie all’interesse di due icone contemporanee quali Francis Ford Coppola e Martin Scorsese.
Il mammuth in questione, sepolto da oltre trent’anni, è Soy Cuba, prima coproduzione sovietico-cubana per la regia di Mikhail Kalatozov e la fotografia di Sergei Urusevsky (già premiati con la Palma d’Oro a Cannes, nel 1957, per Quando volano le cicogne). Girato a Cuba nel 1964, il film è un vero e proprio esempio di “cinema propaganda” atto a dimostrare l’inevitabilità della rivoluzione castrista, conseguenza naturale delle perpetrate violenze e dell’insoddisfazione generale verso il regime di Batista, fiancheggiato dagli americani. Quattro storie, due delle quali per illustrare i mali che portarono alla rivoluzione (una ragazza costretta dalla povertà a prostituirsi in un locale notturno frequentato da businessmen americani, un bracciante che non potrà mai beneficiare di un raccolto fruttuoso perché le terre sono state cedute alla United Fruits) mentre la terza e la quarta per mostrare il diffondersi e il proliferare del movimento pro Fidel e il suo espandersi attraverso tutti gli strati sociali, fino alla liberatoria “conquista” di Cuba. Malvisto dai cubani stessi (anche da molti componenti della troupe), che lo ribattezzarono “No Soy Cuba” perché considerato addirittura contro-rivoluzionario per la rappresentazione che offriva della società, naturalmente bandito dai cinema americani, il lavoro di Kalatozov - immenso capolavoro, capace di fondere sperimentalismo estenuante e poesia rappresentata (non a caso la sceneggiatura era curata dal poeta russo Yevtushenko), prodigioso per alcuni pianosequenza mozzafiato (i volteggi verticali della cinepresa regalano momenti d’impareggiabilità tecnico/visiva) - venne repentinamente e brutalmente accantonato nei meandri dell’oblio. Fino al 1995, anno in cui i due registi italoamericani ne scoprirono appunto l’esistenza (al Festival di San Francisco) e decisero di unire gli sforzi per ridistribuirlo negli States. Accolto dalla critica internazionale come opera assoluta della cinematografia mondiale, definito da Le Monde “un capolavoro di formalismo (…) uscito in piena conquista spaziale, sette anni prima del lancio del primo sputnik”, Soy Cuba è stato pienamente riabilitato - in maniera pressoché unanime - da appassionati e addetti ai lavori. Tra cui, naturalmente, il giovane regista brasiliano Vicente Ferraz che, formatosi alla Scuola Internazionale di Film e Televisione di Cuba, ha deciso di incontrare tutti coloro i quali (o quanto meno la parte ancora in vita) avevano reso possibile la realizzazione del film. Nasce così Soy Cuba - Il Mammuth Siberiano, splendido documentario su un meraviglioso film che, frapponendo spezzoni della pellicola originaria a testimonianze significative, è mosso da un intento quanto mai condivisibile: l’affermazione dell’arte cinematografica al di sopra della politica, anche laddove possa risultare asservita ai voleri della stessa.
Il mammuth in questione, sepolto da oltre trent’anni, è Soy Cuba, prima coproduzione sovietico-cubana per la regia di Mikhail Kalatozov e la fotografia di Sergei Urusevsky (già premiati con la Palma d’Oro a Cannes, nel 1957, per Quando volano le cicogne). Girato a Cuba nel 1964, il film è un vero e proprio esempio di “cinema propaganda” atto a dimostrare l’inevitabilità della rivoluzione castrista, conseguenza naturale delle perpetrate violenze e dell’insoddisfazione generale verso il regime di Batista, fiancheggiato dagli americani. Quattro storie, due delle quali per illustrare i mali che portarono alla rivoluzione (una ragazza costretta dalla povertà a prostituirsi in un locale notturno frequentato da businessmen americani, un bracciante che non potrà mai beneficiare di un raccolto fruttuoso perché le terre sono state cedute alla United Fruits) mentre la terza e la quarta per mostrare il diffondersi e il proliferare del movimento pro Fidel e il suo espandersi attraverso tutti gli strati sociali, fino alla liberatoria “conquista” di Cuba. Malvisto dai cubani stessi (anche da molti componenti della troupe), che lo ribattezzarono “No Soy Cuba” perché considerato addirittura contro-rivoluzionario per la rappresentazione che offriva della società, naturalmente bandito dai cinema americani, il lavoro di Kalatozov - immenso capolavoro, capace di fondere sperimentalismo estenuante e poesia rappresentata (non a caso la sceneggiatura era curata dal poeta russo Yevtushenko), prodigioso per alcuni pianosequenza mozzafiato (i volteggi verticali della cinepresa regalano momenti d’impareggiabilità tecnico/visiva) - venne repentinamente e brutalmente accantonato nei meandri dell’oblio. Fino al 1995, anno in cui i due registi italoamericani ne scoprirono appunto l’esistenza (al Festival di San Francisco) e decisero di unire gli sforzi per ridistribuirlo negli States. Accolto dalla critica internazionale come opera assoluta della cinematografia mondiale, definito da Le Monde “un capolavoro di formalismo (…) uscito in piena conquista spaziale, sette anni prima del lancio del primo sputnik”, Soy Cuba è stato pienamente riabilitato - in maniera pressoché unanime - da appassionati e addetti ai lavori. Tra cui, naturalmente, il giovane regista brasiliano Vicente Ferraz che, formatosi alla Scuola Internazionale di Film e Televisione di Cuba, ha deciso di incontrare tutti coloro i quali (o quanto meno la parte ancora in vita) avevano reso possibile la realizzazione del film. Nasce così Soy Cuba - Il Mammuth Siberiano, splendido documentario su un meraviglioso film che, frapponendo spezzoni della pellicola originaria a testimonianze significative, è mosso da un intento quanto mai condivisibile: l’affermazione dell’arte cinematografica al di sopra della politica, anche laddove possa risultare asservita ai voleri della stessa.
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