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UN ALTRO MONDO

di Silvio Muccino

Soggetto: Carla Vangelista
Sceneggiatura: Carla Vangelista e Silvio Muccino tratto dall'omonimo romanzo di Carla Vangelista edito da Feltrinelli Editore
Fotografia: Marcello Montarsi
Montaggio: Cecilia Zanuso
Scenografia: Andrea Rosso
Costumi: Maurizio Millenotti
Musiche: Stefano Arnaldi
Interpreti: Silvio Muccino, Michael Rainey Jr., Isabella Ragonese, Greta Scacchi, Maya Sansa
Produzione: Cattleya in collaborazione con Universal Pictures
Distribuzione: Universal Pictures
Nazionalità ed anno: Italia 2010
Durata: 110'
Data di uscita: 22 dicembre 2010

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UN ALTRO MONDO
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Un compleanno, una festa e la Roma bene si ritrova intorno ad Andrea. Lui ha una famiglia ricca alle spalle, una madre gelida e anaffettiva, una ragazza con la quale vive una vita superficiale e spensierata. Tutto secondo copione. Poi irrompe sulla scena una lettera e Andrea viene catapultato in una realtà diversa, distante e destabilizzante... "Un altro mondo".  Inizia così il viaggio del protagonista in Kenya a trovare un padre malato, che non vede da più di vent'anni.

Una scelta dettata più dal rancore che dalla pietà. Nairobi, raccontata con la macchina a mano, con le vibrazioni di luce e colore che, a volte, quasi accecano lo spettatore. Una descrizione intima dei paesaggi, sfiorati con delicatezza dall'obiettivo, che non sono solo un fondale, ma una proiezione del mondo interiore dei personaggi. Lo stupore e la costernazione di Andrea, che si guarda intorno attonito e vuole ritornare in Italia prima possibile si arrendono alla determinazione di Ingrid, una volontaria che gli rivela l'esistenza di un fratellastro e lo costringe a rimandare il viaggio di ritorno. Lui ora, dopo la morte del padre, è il tutore del piccolo Charlie, otto anni, nero e un carattere forte. Così Andrea inizia un processo di crescita che lo porta a rivoluzionare la sua vita, a riconsiderare tutti i suoi rapporti affettivi, ad affrontare le proprie responsabilità.
Un film che non può assolutamente definirsi sentimentale o di buoni sentimenti, perché  vari generi si incontrano e si mescolano per raccontare una storia dai tratti quasi impalpabili e dai confini non definiti. La Roma dei giovani ricchi raccontata a ritmo sincopato tra carrellate e steadycam, la Nairobi degli slum che quasi sfugge all'obiettivo mentre perennemente la rincorre e i volti dei due fratelli, tra fuoco e fuori fuoco, che si scontrano in questi due territori in cerca di  un rapporto.
Silvio Muccino  tra echi di Nouvelle Vague, di  About a boy dei fratelli Weitz e di Ordinary People di Robert Redford, traccia un sentiero in cui spazia con la macchina da presa in ogni angolatura riuscendo a cogliere sempre la prospettiva giusta per la scena che sta narrando.
E poi emergono loro, i personaggi, Andrea e Livia e le loro trasformazioni. All'inizio sono semplici riflessi in uno specchio, protetti da una "schermatura" che impedisce di far penetrare i sentimenti e quindi di esserne feriti. Alla fine sono ormai un uomo e una donna, fragili, dubbiosi  e incerti ma comunque pronti ad affrontare un futuro insieme fatto di progetti e di obiettivo. Al centro, per tutto il film, c'è Charlie, forte e determinato, ma anche capriccioso e vulnerabile, un bambino che si trova improvvisamente anche lui in Un altro mondo, la società italiana, in cui "l'integrazione" è solo una bella parola. Michael Rainey Jr. è davvero una  scoperta, la sua faccia riesce a trasmettere mille emozioni diverse sempre con una veridicità assoluta. Ottima anche la prova di Silvio Muccino che, per la seconda volta, riesce a dirigere se stesso e a lavorare di "sottrazione" cercando una recitazione dai toni sempre meno enfatici e  sempre più dinamici. Buona anche la prova di Maya Sansa. Chi delude invece è Isabella Ragonese, che getta via le frasi o le esalta fino a renderle teatrali e senza un vero spessore emozionale. Sopra le righe anche Flavio Parenti che nella parte di Tommaso, non riesce mai ad essere diverso dal Tancredi di Parlami d'amore. Troppo costruito anche il personaggio della madre, inserito spesso in una scenografia tanto ricca, quanto irreale, nella quale Greta Scacchi sembra espressivamente immobilizzata, né algida, né altera.
Al termine della proiezione si esce dalla sala soddisfatti, non solo per il film, ma anche perché ci si rende conto che, in Italia, il cinema potrebbe avere ancora molto da raccontare se solo gli autori italiani trovassero formule e linguaggi diversi, gettassero un occhio al cinema internazionale e avessero voglia di cimentarsi con storie complesse come ha fatto Silvio Muccino.  

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