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IL CINEMA DI WALERIAN BOROWCZYK - SÉRIE ROSE (EPISODI 1991)
E con la parte dedicata alla "Série Rose - 1991" si conclude il nostro viaggio "esplorativo" nel mondo di questo autore fuori dagli schemi...
Per i due episodi della "Série Rose" diretti nel 1991, Walerian Borowczyk, volge lo sguardo a est: il medio oriente di "L'expert Halima" e l'estremo oriente di "Le Lotus d'or". Proprio in questa dicotomia di ambienti (in contrapposizione alla struttura narrativa) sta il lato più affascinante del dittico. Precisamente, è riguardo alla messa in scena che il cineasta polacco mette tutto se stesso e la sua arte, (ri)costruendo meticolosamente gli ambienti teatro delle vicende. Le stanze del palazzo de "L'expert Halima", e quelle del bordello di "Le Lotus d'or", sono "spazi chiusi" in cui si consumano piacere e dramma, ripresi e scenografati come il palco di un teatro. L'unità di luogo "chiuso" è uno dei topoi del cinema di Borowczyk, e nel dittico del 1991 trova piena compiutezza grazie alla breve durata degli episodi. Il muoversi lento e/o vorticoso nei personaggi in spazi ristretti, tra porte, cunicoli, tendaggi, grotte, passaggi e nascondigli segreti, restituisce ai due episodi una inconsueta (per la televisione) atmosfera claustrofobica. Lo sfarzo e l'eleganza dei costumi, i loro colori e il luccichio dei gioielli si riverberano nella fotografia: ocra, cioè sulle tonalità oro, per l'episodio tratto da Le mille e una notte, cangiante sulle tonalità vivaci dei colori accesi dei costumi per quello ispirato alla letteratura orientale.
Nonostante le buone premesse, e l'intento elegiaco di entrambi, Borowczyk non riesce a ripetere il buon esito del dittico del 1989, forse anche a causa di un erotismo troppo patinato e prevedibile e di storie che sembrano non appassionarlo. Proprio l'impianto narrativo è quello ad essere carente: non ci si appassiona mai a storie dall'esito scontato e dall'andamento discontinuo; inoltre il montaggio (punto di forza dell'arte di Walerian Borowczyk), qui è sacrificato ad una scansione convenzionale degli eventi e ad una linearità ordinaria.
"L'expert Halima". Ispirato ad un racconto de "Le mille e una notte", chiuso in una cornice narrativa in cui una giovane donna racconta la storia che si apre in flashback, l'episodio vede la partecipazione di Borowczyk in veste di regista, montatore e direttore della fotografia. In "L'expert Halima", la principessa Sharāzād, entra in scena davanti ad uno sfondo con il cielo stellato, si siede e comincia a raccontare l'inganno escogitato dalla favorita di un sultano per possedere il giovane Kamar, di cui lei è follemente innamorata. Il montaggio della sequenza iniziale è modulato sulle note orientaleggianti della colonna sonora, e costituisce, dal punto di vista tecnico, l'unico tratto riconoscibile di Borowczyk lungo tutta la durata dell'episodio: dettagli del corpo sinuoso di Halima, che danza a seno nudo, riflessi del suo volto nello specchio e il muoversi ondeggiante del suo gonnellino di lapislazzuli, si alternano vorticosamente, restituendo tutta la sensualità intrinseca alla danza del ventre.
Il resto dell'episodio scorre via anonimo tra amplessi amorosi, fughe, nascondigli e sotterfugi, fino a quando, nel finale ritornano due elementi cari al regista: il binomio sesso-cibo e il voyeurismo. Il banchetto del pre-finale mostrato attraverso un profusione di dettagli ravvicinati di bicchieri di the verde, frutta, cous-cous, dolci di miele e mandorle che passano di mano in mano precede la scena del rapporto sessuale, le cui immagini (ancora una volta per brevi dettagli) sono alternate a quelle del banchetto che si sta consumando nella stanza accanto; mentre il finale è consacrato al montaggio frenetico delle inquadrature macchina a mano sulle parti del corpo di Halima, che, imprigionata in una gabbia, danza sensualmente di fronte ad occhi indiscreti. Sarà l'atmosfera torrida e minacciosa, la ripresa "spiata" attraverso le sbarre, il controluce che filtra attraverso i brandelli di lino, l'ondeggiare sinuoso del corpo della donna vestito solo di stracci, ma la scena (seppur nella sua brevità) ha una carica erotica disarmante: segno visibile della mano di un grande regista.
"Le Lotus d'or". Come nel precedente, in questo episodio, il regista si occupa anche della fotografia come del montaggio. Ispirato ad un testo cinese, lo Jin Ping Mei, è, a detta dello stesso Borowczyk, dei quattro episodi da lui diretti per la "Série rose", è il suo preferito. Jin Ping Mei o Chin Ping Mei: Il succo nel vaso d'oro o il Loto d'oro è un romanzo cinese naturalistico, composto in lingua volgare (Baihua) durante la decadenza della dinastia Ming. L'autore, si nasconde sotto lo pseudonimo di Lanling Xiaxiao Sheng, e le prime versioni del romanzo esistono solo nelle opere scritte a mano, mentre il blocco del primo libro stampato è stato pubblicato solo all'inizio del 1600. La versione più completa, oggi comprende un centinaio di capitoli. Il romanzo descrive, in dettaglio, la caduta della famiglia Ximen durante l'anno 1111-27 (durante la Dinastia Song). Riconosciuto per secoli come materiale pornografico è stato a lungo vietato, e la sua lettura è tuttora riservata alle classi più colte e agiate. La storia contiene un sorprendente numero di descrizioni di giocattoli sessuali e tecniche coitali così come una grande quantità di barzellette oscene e oblique, mentre gran parte della scrittura è infarcita di eufemismi sessuali. La vita di Ximen Qing è raccontata attraverso un'insistita e variegata rappresentazione dell'eros. Nel romanzo si alternano, senza soluzione di continuità, dissolutezza e disinvoltura, non disgiunte da corruzione e criminalità vera e propria, tratti non estranei alle classi dominanti, descritte attraverso una serie di ritratti grotteschi di mogli e amanti, concubine e ancelle, servi, complici, parassiti, ragazze-fiore, ruffiani e ruffiane.
Borowczyk, segue fedelmente la "filosofia" dell'erotismo orientale, alternando sullo schermo perversione e divertimento, violenza e crudeltà, avvolgendo il tutto in un atmosfera di latente minaccia e immergendo la vicenda in una struggente malinconia. L'interprete femminile è un attrice cinese, e la sua presenza ha un significato che va oltre il mero contesto recitativo, visto che, per la prima volta, un'attrice del paese di Confucio rompe il tabù del nudo: Chun Yan Ning è la prima donna cinese a mostrarsi sullo schermo in situazioni audaci e integralmente svestita disobbedendo al regime di Pechino. La vicenda si svolge tutta intorno agli intrighi orditi dalle mogli di un mandarino, per facilitare l'incontro tra una di esse ed un servitore; una volta scoperto, questi andrà incontro ad una feroce vendetta da parte del marito tradito. L'interesse di Borowczyk, in "Le Lotus d'or", e tutto concentrato sull'aspetto "politico" della vicenda: l'erotismo passa in secondo piano di fronte alla possibilità di raccontare un intero "mondo chiuso" (non più solo un luogo) come quello cinese, in cui un marito dispone a piacimento delle sue mogli, le trascura, si concede ogni piacere postribolare, ma di fronte all'onore violato reagisce con una violenza inusitata.
Proprio a causa dell'intento "critico" con cui è realizzato l'episodio, l'erotismo appare quanto mai di maniera (come dimostrano le scene ambientate nel bordello), e poche sono le concessioni all'inventiva ed al tocco d'autore. Solo nel caso della masturbazione della donna nella grotta si intravede la mano del regista: la donna entrata di soppiatto e timorosa nell' anfratto, estrae da sotto le vesti un dildo di legno con dei lunghi lacci attorno; una volta sciolti i nodi, lo lega al tallone e procede al suo soddisfacimento. Un "oggetto particolare" di quelli tanto cari al regista polacco, la cui presenza fa il paio con i dildi di legno con cui il giocoliere intrattiene gli astanti nel postribolo: unici segni evidenti di un modo di intendere l'erotismo in via di estinzione. Nonostante tutto, comunque, l'episodio è girato con una raffinatezza rara a vedersi in televisione, evidenziata dai lussureggianti costumi su cui il regista indugia in lente panoramiche, dai dettagli dei fregi e dei ricami esaltati da riprese ravvicinate, dai gioielli eleganti e mostrati in dettaglio, e dall'atmosfera "regale" che ammanta ogni inquadratura. "Le Lotus d'or", rappresenta l'unica incursione del regista in un mondo (apparentemente) non suo.
Dopo gli episodi della "Série Rose", la strada dal cinema viene abbandonata da Walerian Borowczyk, che grazie alla sua intelligenza, rinuncia a farsi stritolare dal meccanismo produttivo e abbandona le scene prima dell'inizio (al contrario di suoi illustri colleghi) della parabola discendente, dell'asservimento al cinema di consumo e di un erotismo imposto dall'alto, votato alla ripetizione e all'esplicito e privato del lirismo, della poetica, e dello sguardo che un grande maestro di cinema come Walerian Borowczyk ha saputo imporre grazie alla sua cultura, alla sua arte e alla sua personalità.



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