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LA PAPESSA

di Sönke Wortmann

Soggetto: dal romanzo di Donna Woolfolk Cross 
Sceneggiatura: Heinrich Hadding, Sönke Wortmann
Fotografia: Tom Fährmann
Montaggio: Hans Funck                          
Musiche: Marcel Barsotti
Scenografia: Hucky Hornberger, Uwe Szielasko  
Costumi: Esther Walz    
Interpreti: Johanna Wokalek, David Wenham, John Goodman, Iain Glen, Edward Petherbridge
Produzione: Constantin Film, ARD Degeto Film, Dune Films, UFA International Film & TV Production GmbH, in coproduzione con Universum Film (UFA), Ikiru Films, Medusa Film
Distribuzione: Medusa
Nazionalità ed anno: Germania/ Regno Unito/ Italia/ Spagna, 2009
Durata: 149'
Data di uscita: 4 giugno 2010
Titolo originale: Die Päpstin

LA PAPESSA
1 e mezzo
La lacunosità della ricostruzione storica e il timore dell'inverosimiglianza non ci salvano dall'epopea della papessa Giovanna, che tra realtà, mito e palese invenzione si classifica quale aleatoria campionessa dei diritti delle donne in quel del nono secolo. Unica figlia femmina di un prete di origine britannica trapiantato in Germania, Joanna cresce all'ombra della fede feroce di un padre che dispezza le donne (e che prova evidente piacere fisico nel maltrattarle).
Ispirata dal modello di Santa Caterina d'Alessandria, Joanna viene istruita di nascosto dall'affettuoso fratello maggiore (che diparte ben presto) e rivela doti eccezionali che trova via via il modo di esercitare, prima come discepola di un dotto maestro greco, poi come unica allieva femmina della scuola della cattedrale di Dorstadt, e ancora sotto le mentite spoglie di un frate. 
Sul punto di essere smascherata, Joanna fugge infine dalla Germania, approda a Roma, diventa medico personale del papa (un divertente e divertito John Goodman) e dopo la prematura dipartita di quest'ultimo gli succede al soglio pontificio. Ma cadrà vittima di sordidi maneggi e della sua stessa incapacità di scegliere tra amore e carriera... per quanto il film le conceda una fine assai meno cruenta di quella attribuitagli dalla leggenda. Messa da parte la pochezza interpretativa della lievemente equina Johanna Vokalek, nei panni della protagonista (e dire che una volta c'era Liv Ullmann), e la leziosità dell'inevitabile storia d'amore con l'ex Faramir David Wenham, il vero problema di quest'agiografia curiale consiste nel fatto di rimanere in bilico tra storia e fiction, finendo per tradire entrambe le dimensioni. E delle due, la più sacrificata rimane comunque la dimensione storica, piegata alla scarsa verosimiglianza di una vicenda che dovrebbe segnalarsi più per il suo portato simbolico che per il suo autentico valore di testimonianza. Forzata ad una impossibile modernità, Joanna sparisce, laddove un fato benevolo - fatto di continui deus ex machina - pare assisterla e accompagnarla. Peccato che di fato non si tratti, ma sia piuttosto la faciloneria della sceneggiatura. E il ridicolo involontario, in agguato sin dall'inizio, trova modo di sfogarsi quando si arriva a ipotizzare l'esistenza di una sorta di fronda femminil-femminista - en travesti - lungo il corso della storia della chiesa. Spiace a dirsi, ma c'è aria di Dan Brown.
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