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RIFF, ULTIMI FUOCHI

RIFF, ULTIMI FUOCHI

Inizia a volgere al termine la nona edizione del RIFF. Nella sua penultima giornata il Festival ha proposto, insieme a due lungometraggi, alcuni medio e cortometraggi di alto spessore. Si è cominciato con How Green Was Our Valley, docu-fiction dell'iraniana Fereshteh Joghataei, che racconta la vita di alcuni villaggi che presto verranno sommersi a causa dell'innalzamento delle acque. Fra laicismo e religiosità, gli abitanti sperano in un miracolo che salvi le loro terre, nel solco del cinema poetico e carezzevole della scuola iraniana.

Si prosegue con un secondo mediometraggio ancora di carattere arabo-islamico, Intifada NYC, che racconta con rabbia e sete di riscatto come ingiustamente una scuola araba possa essere chiusa nel cuore di New York perché sospettata - immotivatamente - di far crescere al suo interno le nuove leve terroriste post-11 settembre.
In questo sguardo ben piantato sul presente ma con un occhio ben focalizzato su quello che sarà il nostro immediato futuro, si pongono anche Babylon 2084 e Caffè amaro, rispettivamente uno sci-fi danese su scenari post-apocalittici e un documentario sulla coltivazione guatemalteca di caffè. Nonostante gli intenti nobili di entrambi i lavori, questi due risentono di una certa retoricità contenutistica, specialmente il primo, che poco riesce a slegarsi dai cliché futuristi e futuribili a cui siamo stati abituati da oramai due decadi cinematografiche.
Si giunge così al primo lungometraggio della giornata, What goes around, del danese Anders Matthesne. Commedia cinica e ben sceneggiata, narra le vicende di Alex, un uomo anaffettivo e spietato che, a causa di un incidente stradale, viene messo in un limbo a cavallo fra la vita e la morte. In un gioco a quiz surreale, il demiurgo del gioco metterà alla prova i punti deboli di Alex: se supererà le prove a cui verrà sottoposto potrà tornare in vita, altrimenti ad aspettarlo ci sarà l'oblio della morte. Con sviluppi narrativi fin troppo ovvi ed un buonismo ai limiti della decenza, la pellicola può però vantarsi di una verve comica e di una semplicità di intenti che la fanno risultare altamente gradevole, sebbene di risultati artisticamente validi non vi sia traccia.
A chiudere la penultima serata del Festival romano c'è il bellissimo corto No Way Through e il lungometraggio Velma (nella foto). Se il primo lavoro narra la situazione palestinese traslandola in una futuribile Londra, osservando come nelle terre di confine (arabo-israeliane, ma replicabili ovunque) anche i diritti più elementari siano interdetti; la seconda opera, girata dall'italiano Piero Tomaselli, ci porta nelle terre friulane. Qui il "Capitano" è un solitario lupo di mare, a cui un bel giorno viene dato in dono (dal cielo?) una bambina trovata semi-incosciente sulle rive del mare. La bambina, silente ma non muta, si insedierà nella dimora del Capitano, donando a questo - nei suoi ultimi giorni terreni - il ritorno alla vita. La ragazzina conferirà un senso alle giornate del Capitano, che prima dell'arrivo dell'adolescente erano prive di quell'essenza vitale che non le facevano degne di essere vissute. Opera profondamente problematica in sede analitica, drasticamente altalenante fra uno spinto realismo e situazioni inverosimili, l'opera è sia favola che documentario, senza mai però essere entrambe le cose insieme, in un solco narrativo ed estetico di dubbia riuscita ma di sincere e nobili intenzioni.

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