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IO NON SONO QUI (I'M NOT THERE)
Il film di Todd Haynes è un'operazione sorprendente, che sconcerta e lascia a lungo interdetti. Costringe pubblico e critica a ritornare sul film a freddo, sviscerarne i mille rivoli (tanti quali le anime di Bob Dylan), comprenderne le finalità che hanno portato allo sperimentalismo della forma. Dalla fervida mente del regista di Far From Heaven, una biografia in cinema e musica come non se ne erano mai viste, dove chi è celebrato è assente (a partire dal titolo, preso da una session del '57) ma ciò che è presente gli somiglia molto.
Un film sulla vita di Bob Dylan. La storia segue sette personaggi, ognuno dei quali incarna un diverso aspetto della storia privata e musicale di Dylan, e si tratta del primo progetto biografico su grande schermo a essere approvato dal grande musicista. Vengono descritti i primi giorni da folksinger nascente di Dylan, il suo imporsi nella scena folk dei primi anni 60, la controversa conversione al rock e alla chiatarra elettrica, la psichedelia e le droghe, l'incidente in moto, il successivo ritiro a vita privata.
LA VIA DEL PETROLIO
A forza di parlare del proverbiale L'Italia non è un Paese povero (a proposito, la riedizione annunciata è stato il bluff cinefilo dell'anno), il resto della Cineteca dell'ENI continua a vivere nel cono d'ombra di Joris Ivens. E dire che Enrico Mattei (o chi per lui) c'aveva visto lungo: il cinema è ancora l'arma più forte, lo scetticismo dell'opinione pubblica si combatte sul grande (e sul piccolo) schermo, commissionando le proprie arringhe a Giuseppe Ferrara (Gela Antica e Nuova), Valentino Orsini (Chilometri 1696), persino Alessandro Blasetti (Pozzo 18 Profondità 1650).
Documentario diviso in tre parti: "Le origini", "Il viaggio" e "Attraverso l'europa" (ognuno dalla durata di circa 40'). Non è mai uscito nelle sale ma è stato programmato sulla Rai tra il gennaio e il febbraio 1967.
LEONE D’ORO: LA SPUNTA ANG LEE, TRA LE POLEMICHE
Un verdetto salomonico che più non si può. La giuria, dopo che si è detto tutto e il contrario, suddivide i premi, più o meno equamente, tra tutti i candidati: alla fine l'impressione è quella di un lavoretto eseguito a regola d'arte per non scontentare nessuno. Ma gli scontenti sono parecchi, per quanto concerne il premio principale: in molti erano convinti che Ang Lee (nella foto), per quanto autore di un film raffinato e ben fatto, non meritasse il massimo riconoscimento.
VENEZIA 64. DOVE VANNO I LEONI?
È un verdetto tribolato, quello della giuria di quest'anno: siamo certi che le sorprese non tarderanno a mancare. Mai come in questa occasioni, le immancabili voci della vigilia si sono rincorse per l'intera mattinata, smentendo le precedenti e sostituendo nuove candidature ad altre che apparivano già scontate. Così Abdellatif Kechiche, il cui film La Graine et le Mulet è risultato senza dubbio il più amato tra i film in rassegna, si è visto scalzare la palma (!) di favorito da 12, teatrale (e un po' furbo) gioco di stile del famigerato Nikita Mikhalkov, sempre al posto giusto nel momento giusto...
VENEZIA 64: ARRIVANO I PRIMI RICONOSCIMENTI
Aspettando che il Leone ruggisca il titolo del vincitore, i primi riconoscimenti premiano i migliori delle sezioni collaterali, e non solo. La Settimana Internazionale della Critica laurea (all'unanimità) il taiwanese Zui Yaoyuan De Juli, che potrebbe far parlare di sé anche stasera per il Leone del Futuro, mentre alle Giornate degli Autori Sztuczki s'aggiudica il Label Europa Cinemas, assegnato da una giuria d'esercenti che lascia ben sperare sulle "magnifiche sorti e distributive" del film, ultimo capitolo - stando alle motivazioni dei giurati - della "lunga e prestigiosa tradizione del cinema polacco. (...) uno spaccato toccante, intimo sulla vita quotidiana della classe lavoratrice polacca rurale, un'indagine piena di emozione sulla nuova Europa".
STRATEGIA DEL RAGNO
Nella strategia della commemorazione che Venezia appronta per celebrare il proprio giubileo, il Leone d'Oro del 75° assegnato a Bernardo Bertolucci (quello tradizionale, alla carriera, è già nella bacheca di Tim Burton) è il momento più commosso, e premia nell'autore di Ultimo tango a Parigi il cineasta italiano più riconoscibile, e influente, dell'ultimo trentennio. A consegnarlo, nella stessa cerimonia che laurea il vincitore della 64. edizione, un'attrice - Stefania Sandrelli - che al regista parmense deve i ruoli di Partner e Novecento.
Athos Magnani (Giulio Brogi), eroe antifascista, è morto nel 1936 in circostanze misteriose. Trent'anni dopo il figlio (sempre Giulio Brogi) torna in paese, a Tara - nella realtà è la città di Sabbioneta - per scoprire la verità sulla morte del padre.
VENEZIA 64. LE PROIEZIONI DELL'8 SETTEMBRE 2007
Gran finale alle 19.00 con la cerimonia di premiazione. Per il resto della giornata solo film fuori concorso tra i quali segnaliamo The Iron Horse (1924) di John Ford e A idade da terra di Glauber Rocha...
Per il resto attesa spasmodica in attesa della Festa... A cui non mancherà nessuno... In bocca a lupo, anzi al Leone, a tutti e alla prossima edizione...
AUTUMN BALL (SÜGISBALL)
Sei persone residenti in un desolato agglomerato urbano risalente all'era sovietica. Ognuno alle prese con le proprie esistenze tristemente solitarie. Il caso fa incrociare le loro strade ma un'irrimediabile incomunicabilità li sovrasta. La solitudine è il loro destino. Proprio ora che l'autunno volge al termine e un duro inverno li attende. Il loro futuro è senza speranza. Ma anche tra i nuvoloni all'orizzonte si intravede uno spiraglio di luce...
Il film mostra momenti della vita di sei persone che vivono in un grande agglomerato di palazzoni costruiti in epoca sovietica. Il regista descrive il film come "una commedia nerissima che parla di solitudine, disperazione e speranza".
UNA LUNGA FILA DI CROCI OGGI A VENEZIA
Gianluca e Stefano Curti per Minerva Pictures presentano la proiezione alla "Retrospettiva Western all'Italiana - Storia Segreta del Cinema Italiano"
"Film in salsa-Leone, uno tra i migliori film di Sergio Garrone"... Una fetta consistente dalla filmografia western di Sergio Garrone (una decina di pellicole dirette o sceneggiate dal 1966 al 1971), è caratterizzata da atmosfere marcatamente crepuscolari e persino "horror", con protagonisti equiparati a vere e proprie presenze sovrannaturali (come accade ad Anthony Steffen in Django il bastardo, del 1969) e personaggi che - succede nel finale di Tre croci per non morire, del 1968 - tornano dalla morte in forme fantasmatiche. Una lunga fila di croci mostra anch'esso, qua e là, simili sfumature gotiche e introduce personaggi dark come quello di una fattucchiera, ma nel complesso il suo taglio è differente dagli altri due western che Garrone girò in quello stesso giro di mesi. Più tradizionale, meno "sperimentale".
MAL NASCIDA
A sfogliare certe edizioni d'inizio 2000, fa un po' malinconia la delegazione portoghese decimata di quest'anno, con l'immarcescibile de Oliveira, stavolta fuori concorso, e Joao Canijo a difendere (da solo) i colori rosso-verdi. Il problema non è solo lusitano (mancano in concorso, e talvolta non solo lì, l'Europa dell'est e l'America latina), ma il confino in Orizzonti di Mal Nascida (in italiano Sotto una cattiva stella) è difficile da condividere, a meno di non leggere nella presenza sua e di Medée Miracle l'impegno a rappresentare il contemporaneo attraverso gli archetipi della tragedia greca.
Di schietto sapore euripideo: una donna che ha perso il padre, assassinato dalla madre e dal patrigno, aspetta il ritorno del fratello per vendicarne la morte.









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