Cambiare il proprio punto di vista quando si guarda una cosa offre sempre una nuova luce a chi voglia cercarla. Questo è uno dei punti da cui si può partire per cercare di leggere un film complesso, importante, prezioso e denso come l’etiope Teza di Haile Gerima. Presentato alla scorsa Mostra di Venezia, arriva ora nelle sale italiane.
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Blog di Luca Peretti
REVOLUTIONARY ROAD, LA NUOVA STRADA DI SAM MENDES
I grandi film si riconoscono ogni tanto dalle piccole cose. Da un apparecchio per l'udito che viene staccato all'ultima scena, per esempio, dopo aver ascoltato abbastanza. Da come la macchina da presa inquadra dal basso una coppia che si abbraccia in un giorno teoricamente felice mentre i figli corrono spensierati facendo lo slalom tra le gocce d'acqua di un annaffiatoio. Revolutionary road non e' un American Beauty ambientato 40 anni prima, qui nessuno fa cose troppo anticonformiste, qui nessuno pretende di far finta di amare, qui quella patina di ipocrisia esplode in continuazione. Mendes mette in scena fedelmente un altro romanzo (da Richard Yates), e lo fa ancora con la sua cifra, fatta di colori accessi, dimensione acquario/vetrina, volti e inquadrature piene di gente dentro, fotografia meravigliosa.
È probabilmente questione di gusti: se non sopportate uno zoom continuo verso i volti dei protagonisti - soprattutto Di Caprio qui - questo film non fa per voi. E non importa se poi l'unica volta che c'e' un zoom al contrario, dal piccolo al grande, e' quando Kate Winslet sta in piedi, davanti alla finestra, quella finestra che si affaccia sul bianco sobborgo piccolo-borghese, e comincia a sanguinare, e quella gonna così piccolo-borghese si macchia di sangue: la famiglia si dissolve, muore, si esaurisce.
Mendes non tocca le corde di tutti, non è un regista acclamato dai critici sempre e comunque, ma non e' mai uno che fa il suo compitino senza trasgredire e tutti a casa. Anzi, casomai trasgredisce ad ogni film, facendo di questa voglia ostentata di mostrare l'altra faccia della medaglia un motivo ricorrente del suo cinema. E quindi qui, in Revolutionary Road, il "pazzo" interpretato da Michael Shannon da forse voce allo stesso Mendes, dicendo quello che tutti sanno ma non voglio ammettere e sentirsi dire.
Una nota, infine, sul titolo. Per fortuna questa volta anche in Italia e' stato distribuito col titolo giusto, quello originale, senza storpiature, mentre Road to Perdition (film di Mendes del 2002), in italiano divenne Era mio padre. Mendes nei suoi titoli ci suggerisce una relazione con le strade, ed in effetti i suoi film ambientati in America hanno a che fare con le strade, sia che le si percorra per andare da qualche parte sia che si analizzi la vita in una particolare strada. I distributori italiani questa volta si sono risparmiati lo scempio, anche se Era mio figlio poteva essere un titolo piuttosto efficace per Revolutionary Road.
"TWO LOVERS": E TUTTI VISSERO FELICI E CONTENTI. FORSE
Conoscete quella sensazione orribile di non aver chiuso bene la porta di casa? Bene, a me capita quando sono o preccupato per qualcosa o terribilmente emozionato e ho davvero la testa altrove. Ecco ieri sera siamo dalle parti della seconda ipotesi. Two lovers, la nuova big thing di James Gray, mi aspettava al cinema (Odeon di Camden) ed ero gia’ tutto concentrato lì.
Aspettative non deluse, anzi. E a partire dai trailer pre-film, dato che stanno arrivano due coattate uniche e che promettono spasso puro: The taking of Pelham 1 2 3 (Tony Scott dietro alla macchina da presa, e davanti John Travolta con occhiali neri e cappello da rapper. E se non bastasse già così, James Gandolfini, John Turturro e Denzel Washington a completare il quadro) e
TEZA, QUANDO IL CINEMA SA ESSERE UNICO
“VALZER CON BASHIR” NON È UN FILM SUL RIMOSSO, MA UN FILM CHE RIMUOVE
Il film di Ari Folman ha raccolto consensi e premi ovunque. Ma è vera gloria? Da Londra, il nostro Peretti dice la sua...
Con incredibile e colpevole ritardo ho finalmente visto, nel mio cinemino di seconda/terza visione, Valzer con Bashir. Trattasi di un cartone animato ma molto molto serio, che parla nientepopodimeno che del massacro di Sabra e Chatila: tra il 16 e il 18 settembre 1982 le milizie cristiano-falangiste libanesi fedeli a Bashir Gemayel entrarono nei due campi profughi della periferia di Beirut e con la complicità, l’aiuto e l’appoggio logistico dell’esercito israeliano uccisero almeno qualche centinaio di palestinesi.

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