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ANCHE LIBERO VA BENE

di Kim Rossi Stuart

Soggetto e Sceneggiatura: Linda Ferri, Federico Starnone, Francesco Giammusso, Kim Rossi Stuart
Fotografia: Stefano Falivene
Montaggio: Marco Spoletini
Musiche: Banda Osiris
Scenografia: Stefano Giambanco
Costumi: Sonu Mishra
Interpreti: Alessandro Morace, Barbora Bobulova, Kim Rossi Stuart, Marta Nobili
Produzione: RaiCinema, Palomar – Carlo Degli Esposti, Giorgio Magliulo, Andrea Costantini
Distribuzione: 01 distribution
Nazionalità ed anno: Italia, 2005
Durata: 108’
Data di uscita: 5 maggio 2006
ANCHE LIBERO VA BENE
4 e mezzo
Roma. Il piccolo Tommi (Morace, nella foto), undici anni, vive con il giovane padre Renato (Rossi Stuart), operatore steadicam messosi “in proprio”, e la sorella maggiore Viola (Nobili). Una sera torna a casa Stefania (Bobulova), la madre dei bambini, che molte volte ha abbandonato la famiglia ma ora si dice intenzionata a restare. Per Tommi è un momento particolare: la diffidenza verso la madre è ancora forte, mentre l’immagine paterna comincia a rivelare la propria fragilità…
Difficile scovare, negli ultimi anni, un esordio registico così, mirato, lucido, intelligente come lo spunto iniziale che, probabilmente, ha portato alla sua genesi: se il cinema italiano è costretto (per i ben noti motivi di cui si è già dissertato altrove, da Arrivederci amore, ciao a Saimir) a parlare solo e soltanto di reale, famiglia e sociale, tanto vale farlo davvero: sbarazzandosi in primis di edulcorazioni, muccinismi, approssimazioni ideologiche, ambientazioni finto – povere a uso e consumo di fruizioni medio - borghesi, per descrivere un quotidiano crudo, talmente aderente al vero da lasciare a tratti senza fiato e portare lo spettatore sull’orlo di una commozione spontanea e  solo in apparenza immotivata.
La descrizione di un nucleo familiare già mutilato in partenza di una componente primaria e centrale, quella materna, crea una condizione iniziale di incertezza e vulnerabilità che presto si rivela insostenibile: Tommi, privo di scudo protettivo, assiste per la prima volta, in simbiosi con chi gli è più simile, il padre, al miraggio della felicità, all’impossibilità di farla propria se non per pochi istanti. Un miraggio che è una moglie/madre bella e sfuggente, dolce quando è a casa, struggente nei suoi messaggi quando scompare.
L’essenziale messa in scena rivela l’umiltà di Kim Rossi Stuart nel mettersi alla prova dietro la macchina da presa, e allo stesso tempo una lucidità capace di donare al racconto mille sfumature con l’ausilio di pochi fotogrammi: merito della sorprendente direzione degli attori, che trae il meglio da Barbora Bobulova, splendida e tormentata, come dal piccolo Morace e da tutti i bambini impiegati: mai un volto o una battuta fuori posto. Peccato non tutte le vicende del piccolo Tommi (il microcosmo scolastico, le scorribande sui tetti) vengano portate a termine o trattate con eguale intensità: ma è un peccato veniale, anche se avrebbe reso il film più compatto e meno diseguale.
Se Rossi Stuart sorprende come regista, da attore si conferma uno dei migliori sulla piazza: un talento da far impallidire tanti sopravvalutati accorsi nostrani. A lui è giustamente affidato l’acme drammatico, quella bestemmia che Renato rivolge a Tommi, inaspettata come una coltellata, ma così sentita (e priva degli ideologismi programmatici che ne sottendevano l’analogo utilizzo ne L’ora di religione) da scivolare via senza infastidire, tragicamente naturale.
Uno dei film più belli dell’anno esce due settimane dopo i David di Donatello lottizzati dai moretti e dai placidi. Un peccato, forse avremmo assistito a ben altro spettacolo. Chissà che la Quenzaine non faccia giustizia…
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