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DIECI CANOE

di Rolf de Heer

Co-regia: Peter Djigirr
Soggetto: ispirato dalle fotografie del Dr. Donald Thomson
Sceneggiatura: Rolf de Heer, con l’aiuto della popolazione di Ramingining
Fotografia: Ian Jones
Montaggio: Tania Nehme
Interpreti: Crusoe Kurddal, Jamie Gulpilil, Richard Birrinbirrin, Peter Minygululu, Frances Djulibing, David Gulpilil (voce narrante)
Produzione: Fandango/Vertigo, in associazione con South Australian Film Corporation, Adelaide Film Festival e SBS Independent
Distribuzione: Fandango
Nazionalità ed anno: Australia, 2006
Durata: 90’
Data di uscita: 1 giugno 2006
Titolo originale: Ten Canoes
Note: Premio Speciale della Giuria nella sezione "Un Certain Regard" del 59° Festival di Cannes
DIECI CANOE
3 e mezzo
Tanti, tantissimi anni fa, quando ancora l’uomo bianco nemmeno immaginava potessero esistere certe terre, alcuni esponenti di una tribù aborigena si portavano nelle paludi della foresta per trovare le cortecce più adatte alla costruzione di dieci canoe. Fra di loro, il giovane Dayindi (Jamie Dayindi Gulpilil Dalaithngu) è seriamente intenzionato a concupire la terza moglie di suo fratello maggiore, l’anziano Minygululu (Peter Minygululu). Che, per tutta risposta, approfitterà del tempo a disposizione per raccontare al ragazzo una vecchia leggenda, persa nei meandri di un mitico passato e inerente le vicende di un amore proibito, di un rapimento, di riti magici e di una feroce vendetta.
E’ sfiorando le intangibili coordinate del Mito che Rolf de Heer, regista nato in Olanda ma trasferitosi in Australia all’età di otto anni, tenta di raccontare la condizione primordiale degli Yolngu, gruppo di indigeni australiani originari della Terra di Arnhem, situata ai confini settentrionali d’Australia. Progetto nato per volontà stessa di David Gulpilil, attore aborigeno che qualche anno fa interpretò per de Heer il film The Tracker (e che in passato ricordiamo per L’ultima onda di Peter Weir), stavolta prestatosi come voce narrante, Dieci canoe ricorda i tentativi di un certo cinema antropologico (e lo spunto iniziale, dato dalle antiche foto di Donald Thomson che ritraevano, intorno al 1937, anche dieci canoisti del luogo), riuscendo però a svincolarsi dal peso di una “scientificità” che avrebbe rischiato di molestarne la portata: quella che emerge, con forza, è la rappresentazione di un passato ormai irripetibile che, agli occhi del mondo occidentale, rischia addirittura di essere concepito come “attuale”. Sembrerà assurdo alle prime, ma quello cui assistiamo è un vero e proprio “film in costume”: che poi a renderlo fisicamente tangibile ci pensino la natura e corpi spogliati di qualsiasi indumento (che non sia un impercettibile spago a coprire le parti intime) è un altro paio di maniche. E raccontare la “storia” servendosi di un doppio balzo temporale all’indietro – da notare come il contesto in cui viene narrato il metaracconto sia rappresentato in bianco e nero, a differenza della leggenda stessa, più antica – può sembrare davvero un artificio di non poco conto per cercare di mantenere vivo, nel presente, un mondo che non esiste più.
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